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Da sempre immersa nella sua bellezza, Reggio Calabria continua a ignorare la forza del mare come leva di sviluppo. Eppure, nel cuore dello Stretto, si intrecciano rotte, storie, possibilità. A ricordarlo è Fabio Colella, consigliere nazionale della Federazione Italiana Vela (FIV) e volto storico del Circolo Velico Reggio, che da decenni lavora per fare del mare un luogo da vivere, da rispettare, da trasformare in opportunità.

«Reggio non è mai stata una vera città di mare, è solo una città sul mare» racconta Colella, riprendendo una provocazione che risale ai tempi del Giro d’Italia a Vela, quando proprio da un cronista partì la riflessione sul rapporto tra la città e il suo orizzonte blu. Da allora qualcosa è cambiato, ma non abbastanza. «Manca una visione», spiega. «Manca una regia. E soprattutto manca un piano concreto per valorizzare il diportismo, che è la vera chiave per trasformare Reggio in una destinazione attrattiva».

Il paradosso è evidente: un porto unico al centro della città, una costa spettacolare, uno degli spot migliori al mondo per andare a vela – parole dell’avvocato Agnelli – eppure tutto è fermo. «Abbiamo un’autostrada del mare senza stazioni di servizio» – afferma – «e invece di creare darsene, ci ostiniamo a inseguire il crocierismo che, in queste dimensioni, non porta nulla alla città».

Secondo Colella, le scelte devono essere lucide, basate su dati e prospettive. «Le crociere che arrivano a Reggio sono piccole, toccano il porto per poche ore, non creano indotto. Al contrario, i diportisti si fermano, spendono, vivono la città. Vanno a cena, fanno la spesa, visitano i musei». E mentre Reggio stenta, Villa San Giovanni insegna: darsena realizzata, posti subito esauriti.

Ma la sfida è più ampia e riguarda tutta la costa jonica. Da Saline, con un porto mai realizzato, a Bova Marina, dove lo studio per un nuovo approdo arriva cinquant’anni dopo i disastri ambientali, fino a Roccella Jonica: troppa distanza, troppi vuoti, zero continuità per attrarre davvero chi naviga nel Mediterraneo. «Eppure, abbiamo tutto», insiste Colella. «Le spiagge, l’entroterra, i Bronzi, l’Aspromonte. E abbiamo anche le competenze». L’esempio è il professore Arena dell’Università Mediterranea, esperto mondiale di portualità. «Invece di affidarci a soluzioni improvvisate, potremmo valorizzare le nostre eccellenze. Le abbiamo in casa».

Dal Circolo Velico, intanto, si lavora sul fronte educativo e sportivo. «La nostra non è solo scuola di vela. È scuola di mare. Insegniamo ai ragazzi a vivere il mare, a rispettarlo, a capirlo». Quest’anno, anche grazie ai collegamenti aerei, Reggio ha accolto tantissimi turisti stranieri che hanno scelto di fare corsi velici. Francesi, soprattutto, ma non solo. Una dimostrazione concreta di come la città possa essere attrattiva, se organizzata.

La stessa logica andrebbe applicata anche agli eventi. «Siamo stanchi di dover sollevare ogni anno lo stesso problema. La città si ricorda del mare solo a luglio. Il Lido comunale? Si apre d’estate, a stagione già iniziata». Serve programmazione. Serve fiducia nel potenziale del territorio. E soprattutto serve ascolto. «Quando si scelgono i luoghi per le giostre, lo si fa senza coinvolgere chi vive e conosce quei posti. Lo abbiamo denunciato più volte. Portare le giostre al Tempietto, accanto al Circolo e a una struttura appena ristrutturata, è un errore».

Poi l’annuncio, ancora inedito: Reggio Calabria è stata valutata per ospitare la Coppa America 2027. «Non è stato detto pubblicamente, ma grazie all’interessamento del governatore Occhiuto, siamo stati visitati dagli organizzatori. Eravamo in ballo con Napoli e Bari. La scelta è ricaduta su Napoli per una questione di strutture. Ma è un’occasione che ci assegna un “bonus” morale da spendere bene».

Una città che vuole crescere deve guardare al mare tutto l’anno, non solo d’estate. Deve avere impianti sportivi per la vela come per il calcio, deve sognare, pianificare, coinvolgere. E deve sapere raccontarsi: «Quando organizziamo regate nazionali, chi viene resta colpito non solo dal mare e dal vento, ma dall’accoglienza. Dalle persone. Dai luoghi». «Abbiamo un’identità unica. Abbiamo una posizione geografica straordinaria. Abbiamo strutture, professionalità, storia. Ci manca solo una cosa: crederci davvero».