Il cuore coraggioso di Anna Condò ha smesso di battere nel tardo pomeriggio di ieri a Reggio, città nella quale era nata nel 1928 e che aveva dovuto lasciare durante i bombardamenti degli Alleati, per poi farvi ritorno dopo la guerra. Tra 15 giorni avrebbe compiuto 98 anni. La sua testimonianza di staffetta partigiana resa con la bandiera dell’Anpi di Reggio Calabria al collo, ha dato anche voce al fratello Ruggero in formazione con la terza brigata Garibaldi in Liguria, mai tornato a casa.

I funerali avranno luogo domani, 19 marzo, alle ore 15:30 nella chiesa di Santa Lucia a Reggio. Anna era la terza di cinque figli ma era l'unica ancora in vita. Aveva vissuto circondata dall'affetto della nipote Edvige (figlia della sorella Maria) e del marito Alberto, con lei a Reggio, e dell'altro nipote Christian (figlio di Marisa) che veniva spesso a trovarla da Cosenza. Zia adorata anche dai pronipoti, figli di Edvige, Davide e Maria Grazia che ha già preso in cura l'amato cagnolino Robin che con la zia Anna ha vissuto fino all'ultimo.

Un abbraccio affettuoso possa raggiungere loro e tutti i cari anche lontani dalla Calabria che oggi piangono l'amata zia Anna per il grande testamento di Coraggio e Libertà che lascia a tutti noi con l'impegno di non disperderlo e di non dimenticarlo.

«Tutto sarà stato vano se sarà valso solo per noi che lo abbiamo vissuto». Anna Condò sapeva bene che senza la consapevolezza e la memoria della Resistenza, il valore della Democrazia e l'impegno quotidiano difenderla non sarebbero stati saldi.

La sua testimonianza appassionata e instancabile, che ha sempre avuto i giovani come destinatari prediletti, è stata per tanti anni voce preziosa per la nostra storia, per la nostra memoria. E questo suo monito era rimasto a risuonare – e deve continuerà a farlo - dentro chi custodiva la sua storia – che è anche la storia della nostra Costituzioni, dunque di tutti noi - anche quando con l'avanzare dell'età non se la sentiva più di uscire. Mai smise, tuttavia di festeggiare il 25 aprile. Mai smise di amare e ricordare il fratello Ruggero, mai tornato dopo essere partito per combattere la nostra libertà, e il figlio Paolo Ruggero, come il compianto fratello, al quale era sopravvissuta oltre dieci anni fa.

Il momento di scegliere

«Io rifarei tutto anche adesso e ringrazierò sempre mio fratello Ruggero, uomo buono e coraggioso, per avere confidato a me, sorella minore, adolescente ma molto determinata, la sua scelta di diventare partigiano, facendomi capire che quello era in realtà per tutti il momento di scegliere». Di quel momento di scegliere ha sempre parlato rivolgendosi ai giovani, sollecitandoli alla responsabilità da assumere oggi verso il Passato e verso il Futuro.

Dopo la fine della guerra aveva fatto ritorno a Reggio, dove poi aveva continuato a vivere. Costretta a emigrare al nord con la famiglia dopo i bombardamenti degli alleati e la sospensione dal lavoro dei genitori, non allineatisi alla Repubblica sociale italiana, fu al nord, tra Piemonte e Liguria che, giovanissima, aveva aderito alla Resistenza, sposando la causa di libertà con il fratello Ruggero, classe 1924, primogenito di cinque figli e unico maschio.

Quel desiderio di libertà e giustizia

Anna ricordava bene la sera in cui egli scelse la montagna e la lotta partigiana, ricorda le sue parole quando le disse di non volersi piegare al bando Almirante che imponeva ad antifascisti e partigiani, definiti “sbandati”, l’autodenuncia presso i posti di polizia italiana e tedesca per l’arruolamento nell’esercito della Repubblica di Salò, pena la fucilazione. «Sento ancora, come se fosse adesso, coagularsi anche in me quello stesso desiderio di libertà e giustizia che in quel momento stava spingendo mio fratello Ruggero a scegliere la guerra partigiana, al punto che gli dissi di volere andare con lui.

Lui mi tirò le trecce, invitandomi al riserbo assoluto e, aprendomi un mondo, mi disse che avrei potuto dare il mio contributo anche restando a casa. Così fu. Io frequentavo una sarta, per imparare a cucire, e una compagna di scuola per studiare. Questo scandiva le mie giornate di ragazzina e quelle erano anche occasioni per spostarmi e portare messaggi di cui non conoscevo il contenuto. Intanto mio fratello combatteva tra le montagne e non sapevo che non lo avrei più rivisto», raccontava Anna Condò.

«Questa storia non è solo la nostra»

Non solo una storia di dolore familiare ma una storia di resistenza comune: «Ho ancora nelle orecchie quel rumore dei passi sui sassi dei militari e ricordo, da quella sera, la nostra vita sospesa in un silenzio fatto di attesa, poi terminata nel peggiore dei modi. Mio fratello Ruggero, sopravvissuto alla strage della Benedicta, sull’Appennino Ligure nell’aprile del 1944, era stato catturato, torturato e deportato poco dopo in un campo di concentramento nazista in Austria dal quale non fece più ritorno. Questa è la nostra storia ma il punto è proprio questo: questa storia non è solo la nostra», aveva sempre ribadito con ardore Anna Condò. È la Storia di tutti noi.