Quindici anni di attività, di incontri, di crescita condivisa. Poi, all’improvviso, la fine di un percorso che nessuno si aspettava. Il gruppo scout della parrocchia di San Gregorio Taumaturgo, nella periferia sud di Reggio Calabria, si ritrova senza una sede e con una scadenza ormai arrivata. Il luogo che per oltre un decennio ha ospitato le attività non sarà più disponibile: una scelta legata alle esigenze del privato che finora aveva garantito gli spazi.

Dietro questa vicenda ci sono numeri concreti e volti precisi: circa settanta tra bambini, ragazzi e giovani che oggi rischiano di perdere un punto di riferimento educativo nel cuore di una periferia già fragile. «Bisogna salutarlo, questo luogo – racconta la capogruppo Marianna Maresca – ma non possiamo lasciare questi bambini senza una casa». Bisogna trovare una nuova collocazione in tempi rapidi. Il gruppo si è già mosso, tra tentativi e progetti ancora in fase embrionale. Esiste un iter avviato, contatti con una fondazione e perfino l’ipotesi di acquisire un terreno per costruire qualcosa di stabile. Ma al momento le certezze restano poche, mentre il tempo stringe.

L’attività scout, spiegano i capi educatori, va ben oltre il semplice intrattenimento. È un percorso strutturato che accompagna i più piccoli nella crescita personale, nella socializzazione e nel rapporto con l’ambiente. Barbara Briganti, capo cerchio, descrive il lavoro con le bambine tra gli otto e gli undici anni come un viaggio educativo fatto di gioco, racconto e scoperta: un metodo che affonda le radici nella pedagogia e che punta a sviluppare autonomia, condivisione e rispetto.

Un’esperienza che, in un contesto periferico, assume un valore ancora più forte. Qui, dove molte famiglie scelgono di spostarsi verso il centro per offrire maggiori opportunità ai figli, la presenza degli scout rappresenta un presidio educativo e sociale. «Sarebbe davvero un peccato perdere questa realtà – sottolinea Briganti – perché significherebbe togliere un punto di riferimento a bambini e famiglie».

Il rischio, infatti, è duplice: interrompere un percorso formativo e impoverire ulteriormente il tessuto sociale del quartiere. Non è solo una questione logistica, ma un tema che tocca la tenuta stessa di una comunità.

Da qui l’appello, che si fa sempre più pressante. Mario Gallo, vice capo della branca lupetti, lo dice senza giri di parole: serve un sostegno concreto. «Per quindici anni siamo andati avanti grazie a un privato e alle famiglie. Ora è necessario che anche il pubblico riconosca il valore di quello che facciamo». L’orizzonte è quello di una risposta che coinvolga istituzioni, enti e cittadini. Una rete capace di garantire continuità a un’esperienza che, nel tempo, ha formato generazioni di ragazzi, contribuendo a costruire senso civico, responsabilità e spirito di comunità.