Un requisito che rischia di trasformarsi in una barriera. È quanto sta emergendo dalla Comunicazione di avviso per il finanziamento di progetti per la promozione della partecipazione alla vita sociale e all’autonomia delle persone con disabilità, dove tra i criteri di accesso è previsto che gli Enti del Terzo Settore (ETS) debbano essere costituiti da almeno cinque anni per partecipare in forma autonoma.

Una condizione che, di fatto, esclude numerose realtà associative più giovani ma pienamente operative, regolarmente iscritte al RUNTS, in regola con gli obblighi di rendicontazione e già attive sul territorio con progetti socialmente sostenibili. Una criticità che colpisce in modo particolare il Sud Italia, dove molte esperienze del Terzo Settore sono nate negli ultimi anni per rispondere a bisogni sociali spesso trascurati.

A denunciare l’incongruenza è l’associazione PAST AUT ETS, impegnata in progetti dedicati a persone con disturbo dello spettro autistico. «Un ETS costituito da due anni, con bilanci depositati e un progetto valido, viene automaticamente escluso solo per un criterio anagrafico che non misura né la qualità né l’impatto sociale dell’iniziativa», afferma il presidente Giuseppe La Riccia.

Secondo La Riccia, il requisito dei cinque anni appare in contrasto con le prassi normalmente richieste per l’accesso ai finanziamenti pubblici: «Di solito agli ETS vengono richiesti i bilanci dell’ultimo o degli ultimi due esercizi finanziari. Questo dimostra la capacità gestionale e la trasparenza di un ente. Andare oltre significa penalizzare chi, pur giovane, lavora seriamente e con risultati concreti».

Il rischio, sottolinea il presidente, è quello di accentuare ulteriormente le disuguaglianze territoriali: «Così si crea una discriminazione indiretta che colpisce soprattutto il Mezzogiorno. I nostri ragazzi autistici non possono avere meno opportunità solo perché vivono al Sud».

Da qui l’appello alle istituzioni competenti affinché il requisito venga rivisto o rimodulato. «Chiediamo semplicemente equità», conclude La Riccia. «Rivedere questo criterio significherebbe dare una reale possibilità di futuro e di autonomia anche ai nostri ragazzi, al pari di quanto accade in altre aree del Paese».