Fa tappa anche nell’istituto penitenziario di Reggio Calabria l’iniziativa promossa dall’archeoclub di Vibo Valentia, volta a preservare questa pianta antica e in estinzione. Prezioso il sostegno delle diocesi calabresi, dell’ufficio Problemi sociali e Lavoro della Cec, del network LaC e di Italia Nostra, Wwf e tante altre associazioni.
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«In un contesto di detenzione e di restrizione di libertà, un messaggio di resilienza che da un errore consenta di generare riflessione e cambiamento, credo sia prezioso. Questo messaggio di resilienza è portato in questa occasione da questo olivo così speciale, i cui frutti a maturazione si colorano di bianco. Mutano aspetto e da verdi diventano bianchi come a testimoniare un miracolo biologico che può avvenire anche nella vita. Esistono, cioè, possibilità attraverso le quali le persone danno un nuovo indirizzo alla propria vita, trasformano la loro esistenza. Persone tutte uniche, tutte diverse e tutte, come questo Olivio bianco della Madonna scrigno di biodiversità, ricche di vitalità e bellezza».
Ha sottolineato accoratamente questa possibilità di cui ogni essere umano dispone, monsignor Fortunato Morrone, arcivescovo di Reggio-Bova durante il momento liturgico che ha preceduto la piantumazione, fuori dalla Cappella sita dentro il carcere di Arghillà, nella periferia nord di Reggio Calabria, dell’Olivo bianco. Il frutto di questa pianta dalla storia antica e dal forte richiamo religioso, consiste in una varietà bianca dell’oliva calabrese ed è purtroppo in estinzione.
La Leucocarpa, nota anche come Leucolea, è un'antica varietà di olivo (Olea europea leucocarpa) che produce, a maturazione, caratteristiche olive color bianco avorio dette anche “olive del crisma”. L’olio estratto, dal colore chiaro e trasparente privo di fumo, era anticamente utilizzato nei riti sacri e nelle chiese. In Calabria ne sono mappati solo 110 esemplari e dunque occorre favorirne la riproduzione per contrastarne l’estinzione.
Salvezza dall’estinzione e riscatto
Da alcuni anni l’archeoclub di Vibo Valentia è impegnato in questa missione attraverso la piantumazione di nuovi alberi, non solo nelle parrocchie ma anche nelle carceri. Una iniziativa atta a rafforzare il messaggio di cura del Creato, degli esseri viventi che lo popolano, che attraverso il contributo alla salvezza dall’estinzione di una pianta antica e piena di storia incarna anche un viatico di riscatto per le persone detenute.
Un percorso che ha già fatto tappa in diverse altre carceri calabresi e che adesso ha coinvolto anche l’istituto penitenziario di Arghillà a Reggio Calabria in cui, senza dimenticare le numerose e serie problematiche, un gruppo di detenuti ha vissuto un momento di riflessione e anche di preghiera.
«Portare in carcere questo albero, legato alla tradizione così bella e antica dell’olio sacro e dai frutti che diventano bianchi, puri e candidi, significa portare speranza. C’è una forte simbologia di pace e rinascita. Con la piantumazione, mettiamo a dimora la pianta e in una prospettiva di vedere crescere con essa anche una certa progettualità, con il supporto dei nostri agronomi e dell’archeoclub di Vibo», ha sottolineato il direttore dell’istituto penitenziario Giuseppe Panzera di Reggio Calabria, Rosario Tortorella.
«L’avvento dell’energia elettrica determinò il disuso dell’olio chiaro per illuminare le chiese. Ma trovati alcuni fa, dopo tante ricerche, alcuni esemplari, con la riproduzione e la piantumazione nei giardini delle chiese d’Italia e adesso anche nelle carceri, stiamo cercando di evitare l’estinzione. Si tratta di un albero - ha spiegato Anna Rotella, archeologa e vice presidente archeoclub D’Italia sede di Vibo Valentia - che in Calabria ha portato tanta storia, tanto da essere diventato l’olivo della Madonna. Un albero messaggero di cultura, dunque di conoscenza e di pace, specie in un istituto penitenziario in cui alimentare la speranza è un dovere.
Nel nostro percorso abbiamo dei preziosi compagni di viaggio quali le diocesi calabresi, dell’ufficio Problemi sociali e Lavoro della Cec, del network LaC e di Italia Nostra, Wwf e tante altre associazioni.
Il cammino è lungo. Vorremmo che in tutti gli istituti penitenziari calabresi si potesse partire dalla cultura e dal lavoro per dare per dare una possibilità alle persone che vi sono ristrette. In questa ottica, particolarmente significativo e più articolato il progetto, nell’ambito del quale ci avvaliamo della collaborazione con Arsac, che stiamo mettendo a punto nel carcere di Laureana di Borrello. In dirittura d'arrivo le autorizzazioni per due corsi di formazione per le persone detenute. Uno incentrato sull'uso dei fitofarmaci e l'altro finalizzato ad acquisire la qualifica di assaggiatori di olio d'oliva.
Nel frattempo con il personale del carcere i detenuti sperimenteranno una serie di attività atte ad acquisire padronanza nell'innesto e nella potatura, che sono poi le tecniche necessarie per riuscire a riprodurre l’albero.
Per i detenuti una prospettiva lavorativa e per la pianta una prospettiva di sopravvivenza consistente in tanti cloni da interrare per rivitalizzare la riproduzione. Cloni che attraverso la Cec speriamo di far arrivare in tutte le parrocchie della Calabria come donazione da parte dei detenuti, in un sistema circolare virtuoso capace di generare bene comune», ha concluso Anna Rotella, archeologa e vice presidente Archeoclub D’Italia sede di Vibo Valentia.



