Uno dei rischi più gravi per un magistrato è rimanere chiuso nei Palazzi di giustizia e conoscere un territorio soltanto attraverso atti, informative, intercettazioni e indagini. Perché dentro quelle carte finiscono inevitabilmente i reati ed il volto peggiore di una comunità. Tutto il resto rimane fuori.

È da questa distanza che Stefano Musolino, procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, ha scelto di partire nell’incontro pubblico organizzato in piazza Regina Pacis a Condofuri su iniziativa delle commissarie straordinarie Angela Gatto e Laura Tortorella che amministrano il Comune grecanico. Niente lezione frontale: le sedie vengono avvicinate, il tavolo perde la sua funzione di barriera e la parola passa presto ai cittadini, alle associazioni e soprattutto ai ragazzi.

«Uno dei pericoli più gravi che come magistrati corriamo è quello di restare chiusi dentro il nostro palazzo e di conoscere, per esempio, Condofuri soltanto per quelle che sono le carte, i documenti che ci produce la polizia giudiziaria». Uscire dagli uffici, per Musolino, significa incontrare la parte di territorio che nei fascicoli non compare: la bellezza dei luoghi, le energie ancora presenti e le relazioni sociali dentro le quali maturano tanto i problemi quanto le possibili risposte.

All’incontro hanno partecipato assieme alle commissarie prefettizie le forze dell’ordine, i rappresentanti delle principali realtà associative e sociali dalla marina a Gallicianò. In prima fila anche i volontari del servizio civile, gli studenti e i giovani delle squadre Under 17 e Under 19, che hanno portato nel confronto questioni molto concrete: l’assenza di luoghi nei quali incontrarsi, studiare e praticare sport, insieme alla difficoltà di immaginare il proprio futuro senza lasciare la Calabria.

Il magistrato fuori dal Palazzo

Musolino ha rifiutato anche le rappresentazioni opposte che spesso accompagnano il lavoro della magistratura: quella del giudice trasformato in nemico e quella, ugualmente deformata, del magistrato considerato infallibile.

«A volte ci dipingono in termini mostrificanti, come il nemico assoluto, oppure in termini idolatranti, come se fossimo degli dei che sanno tutto. Invece siamo persone che provano a fare nel modo migliore possibile il proprio lavoro, commettendo anche degli errori».

Il procuratore aggiunto ha quindi rivendicato una conoscenza della ‘ndrangheta maturata prima ancora dell’ingresso in magistratura. «Non parlo da un altro mondo, non vengo da un’altra dimensione. Conosco la ‘ndrangheta non perché l’ho letta nei fascicoli, ma perché l’ho vissuta da quando ero ragazzo». Ha ricordato la Reggio Calabria degli omicidi sotto casa, delle bombe all’alba e dei funerali dei boss capaci persino di bloccare il passaggio degli autobus scolastici.

Da quella memoria è partita una riflessione più ampia sulla Calabria di oggi, divisa tra gruppi sociali benestanti che riescono a proteggere privilegi e opportunità e fasce sempre più estese di popolazione sospinte verso la povertà. Nel mezzo, un ascensore sociale praticamente fermo: «La possibilità che il figlio di un contadino diventi un magistrato e che il figlio di un magistrato, siccome è scarso, diventi un contadino, da noi è quasi zero». Una società immobile, ha spiegato Musolino, diventa terreno fertile per la criminalità organizzata, capace di sfruttare i bisogni dei più fragili e di costruire relazioni con chi possiede ricchezza e potere.

«La repressione non serve se la società rimane immobile»

Uno dei passaggi più importanti ha riguardato i limiti della risposta dello Stato. Musolino ha contestato l’idea che arresti, processi e commissariamenti possano risolvere da soli problemi sedimentati per decenni. «Gli unici strumenti che davvero i governi nazionali mettono a disposizione sono soltanto la repressione. E la repressione non serve». Non basta arrestare chi impone il pizzo se le vittime continuano a tacere. Non basta sciogliere un Comune se, trascorso il commissariamento, la comunità torna nelle stesse condizioni di prima. E non basta impedire infiltrazioni negli appalti se gli uffici pubblici rimangono privi delle competenze necessarie per progettare e utilizzare le risorse disponibili.

Il commissariamento, soprattutto quando si ripete, porta con sé una ferita democratica che non può essere ignorata. Accettarlo come una condizione ordinaria significa rassegnarsi all’idea che una comunità non sappia scegliere rappresentanti liberi dai condizionamenti. La risposta, dunque, non può essere delegata interamente alla magistratura o alla Prefettura. Lo stesso principio vale per il ricorso continuo agli esposti giudiziari. Sollecitato da un cittadino sui ritardi della giustizia e su alcune opere pubbliche incompiute, Musolino ha tracciato con chiarezza il confine: «Purtroppo il processo penale non è lo strumento adatto per fare politica. Non si fa politica facendo le denunce».

Le Procure ricevono numerose segnalazioni sulle presunte irregolarità amministrative, mentre sulle estorsioni e sui condizionamenti mafiosi il silenzio resta spesso impenetrabile. La giustizia penale può accertare responsabilità e infliggere condanne, ma non può sostituire la politica, la partecipazione e il rifiuto sociale della cultura mafiosa.

Una legalità che significa dignità

Nel confronto con i giovani, Musolino ha provato anche a liberare la parola legalità dalla retorica che spesso la rende distante o vuota.

«La legalità non è un bel concetto che qualcuno viene qui a declinarvi. La legalità è la capacità di vivere in maniera dignitosa, con la testa alta. Legalità vuol dire persone che hanno cultura, che studiano, che non si fanno pregare, che sono informate, che fanno scelte consapevoli».

Conoscenza e partecipazione diventano quindi gli strumenti attraverso i quali una comunità può pretendere servizi, opportunità e istituzioni migliori. Ai ragazzi Musolino ha chiesto di non aspettare passivamente che qualcuno risolva i problemi al loro posto. Per spiegarsi ha richiamato la parabola degli uomini che, non riuscendo a entrare nella casa nella quale si trovava Gesù, scoperchiarono il tetto per calare dall’alto il loro amico paralitico. Un’immagine utilizzata per indicare la necessità di cercare strade nuove, senza trasformare le difficoltà in un alibi permanente.

Restare in Calabria, in questa prospettiva, ha senso se significa provare a modificarne gli equilibri, valorizzare le risorse del territorio e creare occasioni di lavoro. Ai cittadini non spetta chiedere continuamente misure eccezionali, bensì pretendere l’ordinario: trasporti, servizi, scuole, impianti e amministrazioni in grado di funzionare.

Musolino ha proposto anche la costruzione di percorsi dedicati alla memoria della criminalità organizzata, fino all’ipotesi di un «Museo della mafia». Conoscere la storia delle cosche e dei processi significa riconoscere chi ha sottratto sviluppo e futuro al territorio, impedendo che i boss vengano ancora circondati da rispetto e deferenza. La Procura, ha assicurato, è disponibile a portare i propri magistrati a Condofuri per raccontare quella storia e ricordare quanti si sono opposti al potere mafioso.

Le domande dei ragazzi diventano proposte

La partecipazione più importante all’incontro è stata proprio quella dei giovani. Francesco, volontario del servizio civile, ha parlato della distanza percepita tra partecipazione e legalità, ancora considerata materia riservata alle istituzioni. Bruno ha richiamato la difficoltà di orientarsi nella massa di informazioni e false verità diffuse attraverso i social, chiedendo adulti credibili capaci di accompagnare i ragazzi nella lettura dell’attualità.

Pietro Laurenzano, presidente della Pro Loco, ha raccontato invece la scelta di restare e investire nel turismo, provando a collegare mare, montagna e borghi. Poi le richieste: un impianto sportivo coperto, nuovi spazi di aggregazione e un’aula studio multimediale pubblica dotata di connessione internet, nella quale studenti universitari e delle scuole superiori possano preparare gli esami senza essere costretti a raggiungere Reggio Calabria.

La commissione straordinaria ha raccolto le sollecitazioni, annunciando incontri pubblici periodici per coinvolgere la comunità nelle scelte amministrative, dalla programmazione delle opere al recupero dei beni confiscati e dei terreni comunali. Ai ragazzi è stato chiesto di seguire anche l’avanzamento dei lavori nelle scuole e di vigilare sugli spazi destinati alla collettività.

Al termine, il procuratore Musolino ha definito il confronto un «balsamo» e ha consegnato alle istituzioni una responsabilità precisa: «Questi ragazzi hanno bisogno di istituzioni all’altezza dei loro sogni, della loro passione e della loro capacità di essere creativi e di immaginare un futuro bello e sano per questa terra».