I tre giorni di stop a Fontanarossa causati dall'eruzione dell'Etna hanno mostrato un nuovo possibile futuro equilibrio nello Stretto: con voli riprogrammati, dirottati o annullati e migliaia di passeggeri in cerca di partenze alternative da Reggio, ecco come lo scalo calabrese può allargare stabilmente il proprio bacino d'utenza
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Per tre giorni Catania è rimasta sostanzialmente tagliata fuori dal traffico aereo. L’Etna ha ricominciato a dettare le sue regole e la cenere vulcanica, insieme alle condizioni meteorologiche, ha costretto Fontanarossa a sospendere voli in arrivo e partenza da sabato 26 settembre. Lo stop, prorogato più volte, si è trascinato fino a lunedì 28, prima del ritorno alla piena operatività.
Una situazione eccezionale soltanto fino a un certo punto. Le interferenze dell’attività dell’Etna sullo scalo catanese sono ormai un fattore con cui compagnie e passeggeri devono fare i conti. E quanto accaduto in questi giorni consegna una chiave di lettura interessante soprattutto dall’altra parte dello Stretto.
Perché mentre Catania si fermava, Reggio Calabria diventava una delle porte d’uscita dalla Sicilia orientale. Voli cancellati o riprogrammati, passeggeri costretti a cercare soluzioni alternative, treni ad alta velocità esauriti, autobus pieni e persino difficoltà nel reperire auto a noleggio. Una corsa verso nord che ha riportato al centro una domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata quasi paradossale: può il Tito Minniti diventare realmente uno scalo complementare a Fontanarossa?
Di per se, quando Catania viene chiuso, la maggior parte dei voli non cancellati vengono dirottati tra gli scali di Palermo e Comiso, quest’ultimo in particolare messo fortemente sotto stress soprattutto nell’ultimo weekend. Aeroporti, però, che pur trovandosi sullo stesso territorio regionale sono difficilmente raggiungibili e lontani anche a causa dell’atavica carenza di infrastrutture.
Con la chiusura di questo fine settimana un episodio più degli altri suggerisce che qualcosa stia già cambiando. Air Serbia ha dovuto riprogrammare su Reggio Calabria il collegamento da Belgrado originariamente destinato a Catania, utilizzando un Airbus A319 e predisponendo il trasferimento in autobus dei passeggeri tra le due sponde. Non un dirottamento deciso all’ultimo momento, dunque, secondo quanto si è appreso, ma una riprogrammazione organizzata dalla compagnia.
Reggio comincia quindi a essere percepita come un’alternativa programmabile, non soltanto come il luogo dove far atterrare un aeromobile quando altrove non si può. E vale soprattutto per Messina e per quella fascia della Sicilia orientale che, con collegamenti efficienti sullo Stretto, potrebbe trovare nel Tito Minniti una seconda porta naturale.
Del resto, l’aeroporto reggino di oggi è profondamente diverso da quello di pochi anni fa. La crescita del traffico, l’espansione del network e la nuova area partenze inaugurata a maggio hanno già modificato dimensioni e prospettive dello scalo. A questo si aggiunge un piano di investimenti da 64 milioni di euro per i prossimi anni, con interventi sull’aerostazione, sulla viabilità, sulla security, sulla digitalizzazione e sulle infrastrutture aeroportuali.
Dentro questo percorso si inserisce anche un’altra novità destinata ad allargare ulteriormente il peso del Tito Minniti: dalla prossima Summer dovrebbe arrivare il collegamento Ryanair Reggio Calabria–Roma Fiumicino, sei giorni alla settimana, tutti tranne il sabato, con la presentazione attesa nei prossimi giorni.
Il punto, allora, va oltre l’emergenza Etna. Reggio sta costruendo una funzione che supera i confini della Calabria. Perché uno scalo diventa strategico quando non serve soltanto la propria città, ma entra nella geografia degli spostamenti di un’area più vasta.
E forse l’immagine più efficace di questi giorni è proprio quell’Airbus di Air Serbia arrivato da Belgrado sulla pista del Tito Minniti. Fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato un episodio curioso. Oggi assomiglia molto di più a un indizio di ciò che l’Aeroporto dello Stretto può diventare.

