A pochi giorni dal referendum sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura e sull’introduzione della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, il dibattito entra nel vivo. Nella puntata odierna di Dentro la Notizia si è svolto un confronto diretto tra sostenitori del “Sì” e del “No”, mettendo a fuoco i nodi centrali di una riforma tanto tecnica quanto politicamente sensibile.

Negli studi di Cosenza, insieme al conduttore Salvatore Bruno, era presente l’avvocato Giuseppe Manna, componente del direttivo della Camera Penale di Cosenza, sostenitore del Sì. In collegamento da Reggio Calabria, dagli studi de il Reggino.it, Elisa Barresi ha intervistato il procuratore aggiunto Stefano Musolino, segretario generale di Magistratura Democratica, schierato per il No.

Ad aprire il confronto è stato il procuratore Musolino, che ha rivendicato l’importanza di un approccio informativo: «Si stava arrivando a questo referendum senza che i cittadini avessero colto le questioni di fondo, valutandolo soltanto in maniera tecnica. In realtà è molto di più».

Il punto centrale, secondo il magistrato, riguarda la necessità, o meno, di modificare la Costituzione: «La si cambia solo se c’è un problema di funzionalità. Ma i dati non dimostrano che il giudice sia schiacciato sulle posizioni del pubblico ministero: nel 45% dei casi assolve, quindi quasi una volta su due dà torto all’accusa».

Per i sostenitori del “Sì”, però, il problema esiste ed è localizzato soprattutto nella fase iniziale del procedimento. Manna ha sottolineato come il dato delle assoluzioni non dimostri il buon funzionamento del sistema, ma piuttosto evidenzi criticità nelle indagini preliminari, dove il pubblico ministero esercita un ampio potere discrezionale.

«Le funzioni sono diverse, ha spiegato: il pubblico ministero cerca le prove, il giudice le valuta in modo imparziale. Da qui nasce la necessità della separazione delle carriere».

Musolino ha replicato indicando una soluzione alternativa: intervenire sul giudice per le indagini preliminari, rafforzandone gli organici. «Il vero problema è la carenza di magistrati. Servirebbero più risorse, non una riforma strutturale della Costituzione», ha affermato, evidenziando anche i costi della riforma, che, a suo dire, rischierebbero di aumentare senza un adeguato finanziamento.

Altro punto centrale del confronto è stato il funzionamento del CSM. Musolino ha espresso forti perplessità sul meccanismo del sorteggio previsto per la selezione dei componenti togati: «Si rischia di avere una componente politica coesa e una magistratura frammentata, scelta senza valutare competenze specifiche».

Secondo il procuratore, ciò potrebbe tradursi in un indebolimento dell’autonomia della magistratura e, di conseguenza, in una minore tutela per i cittadini.

Di diverso avviso Manna, che ha difeso la riforma come strumento per superare le distorsioni interne al sistema: «Il sorteggio è un rimedio necessario, perché oggi il CSM è condizionato dalle correnti. L’obiettivo è restituire indipendenza e equilibrio».

Scontro anche sui dati relativi al sistema disciplinare. Musolino ha evidenziato che la sezione disciplinare del CSM sanziona il 47% dei magistrati sottoposti a giudizio, sostenendo che ciò dimostra l’efficacia del sistema.

Manna ha contestato questa lettura: «Quel 47% riguarda una percentuale minima di casi, perché oltre il 95% viene archiviato. Il dato va contestualizzato».

Il confronto ha messo in luce quindi due visioni profondamente diverse. Per i sostenitori del “Sì”, la riforma rappresenta un passaggio necessario per completare il disegno costituzionale, separando nettamente le funzioni di accusa e giudizio e rafforzando le garanzie per i cittadini.

Per i sostenitori del “No”, invece, il rischio è quello di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, rafforzando indirettamente il potere esecutivo e indebolendo l’autonomia della magistratura.