VIDEO | La direttrice dell'Ufficio di esecuzione penale esterna nel distretto di Reggio Calabria (Udepe), ospite del format di approfondimento negli studi del Reggino.it: «Decisivo il contributo di una comunità attiva nel percorso non punitivo ma partecipativo di reinserimento»
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«In questo momento seguiamo circa 1800 persone sul territorio metropolitano. I nostri servizi sono rivolti a coloro che, in costanza di determinati requisiti di legge, hanno avuto accesso alle misure alternative al carcere.
E dunque, pur essendo stati condannati, ed essendo sottoposti a prescrizioni e restrizioni nella vita quotidiana, perchè la pena c'è e va scontata, si trovano comunque fuori dal carcere. Il nostro compito è quello di affiancarli nel percorso di reinserimento che ha la specificità di svolgersi dentro la comunità di cui, con la commissione del reato, loro stessi hanno violato il patto alla base della convivenza civile. Una rottura che dev'essere risanata non in un'ottica punitiva ma partecipativa, attraverso un contributo concreto alla costruzione del bene comune. Per questo occorre che quella stessa comunità abbia un ruolo attivo nel percorso di rieducazione».
Marianna Passalacqua, direttrice dell'Ufficio di esecuzione penale esterna nel distretto di Reggio Calabria, ospite negli studi del Reggino.it della nuova puntata di A tu per tu, illustra la sfida, che deve essere collettiva, di rieducazione delle persone condannate che scontano la pena fuori dal carcere.
L’esecuzione della pena fuori e le criticità
Nel nostro ordinamento giuridico alla condanna per la commissione di un reato segue la detenzione in carcere, luogo di restrizione della libertà personale in cui la pena ha una funzione rieducativa. Tuttavia, in costanza di determinati requisiti di legge e non per tutti i reati, alla condanna può anche seguire l'esecuzione penale esterna, ossia fuori dal carcere, e dunque l'accesso alle misure alternative. Chi accede, sconta il suo debito verso la comunità, di cui ha infranto le regole del patto di convivenza civile, nella comunità medesima. E allora per la piena riuscita del percorso di rieducazione e di reinserimento sociale, proprio quella comunità è chiamata a rivestire un ruolo attivo. Da qui l'appello accorato di Marianna Passalacqua, direttrice dell'Ufficio di esecuzione penale esterna nel distretto di Reggio Calabria.
L'appello è rivolto alle associazioni, perché siano sempre più numerose, e al Terzo Settore affinché nella sua programmazione del welfare in collaborazione con gli enti territoriali destini progettualità a questa fascia di popolazione. Il reinserimento sociale delle persone in esecuzione penale esterna necessita altresì di una sanità, soprattutto psichiatrica, efficiente. Con la dottoressa Passalacqua ci addentriamo nel mondo dell'esecuzione penale esterna.
L’alternativa al carcere
«L'affidamento in prova, se la pena rientra entro i quattro anni, la detenzione domiciliare, se rientra entro due. Cercando di non entrare in tecnicismi giuridici, ecco due ipotesi di esecuzione penale esterna. Una persona condannata può direttamente accedere a queste misure alternative o dal carcere chiedere, laddove siano rimasti tra i due e i quattro anno di detenzione, di ottenere l'esecuzione della pena fuori. Il giudice preposto a consentire che la pena venga svolta fuori dal carcere è il tribunale di Sorveglianza, che è il giudice dell'esecuzione penale. Il giudice ordinario dispone la pena con sentenza.
A dire il vero, sul punto - spiega ancora la direttrice dell’Udepe, Marianna Passalacqua – con la riforma Cartabia, si è inteso anticipare. Mentre in passato alla sentenza seguiva appunto l'esecuzione, la condizione spesso di liberi sospesi e poi il provvedimento della magistratura di sorveglianza, oggi sempre in costanza di determinate condizioni di legge, è già lo stesso giudice ordinario a poter prevedere una sanzione sostitutiva, un lavoro di pubblica attività o una detenzione domiciliare».
Il progetto Welcome Law
Decisive per una compiuta risocializzazione sono le sinergie con le associazioni di Volontariato e il Terzo settore. L'Udepe con fondi propri, non tanti, fa ciò che può ma soprattutto promuove percorsi a costo zero con il coinvolgimento di operatori della giustizia.
«Un progetto che ha avuto una grande risonanza e a breve riprenderà, chiama Welcome Law.
Gratuitamente magistrati, personale delle forze dell'ordine e assistenti sociali dei Comuni incontrano le persone in esecuzione penale esterna. È un'esperienza molto intensa e significativa, di grande valenza umana e professionale.
I valori della Costituzione e della Legge sono al centro di confronti tra coloro che applicano la legge e controllano e chi le sanzioni e i controlli li subisce.
Un momento molto educante e chiarificatore, certamente utile per riflettere e decidere di dare nuova direzione alla propria vita», ha concluso Marianna Passalacqua, direttrice dell'Ufficio di esecuzione penale esterna nel distretto di Reggio Calabria.



