L’uovo, simbolo della fecondità della vita, della rigenerazione propria del ciclo circolare delle stagioni e della primavera che alimenta rinascita. In questo periodo Pasquale è anche il simbolo della Resurrezione di Gesù e quindi della vita che si rinnova. La festività di Pasqua (festa mobile), infatti, ogni anno cade la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera.

La forma ovale di questo simbolo evoca l’infinito e ha una forte aderenza anche con il mito. Una connessione affascinante che sarà indagata in occasione del laboratorio didattico “Le Magiche Uova” proposto da Coopculture. Necessaria la prenotazione e partecipazione a pagamento. L’inizio è previsto alle ore 16.

L’iniziativa precederà le aperture straordinarie del museo nei giorni di Pasqua e Pasquetta, disposte dal Ministero della Cultura. I capolavori esposti al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, compresi i Bronzi di Riace, saranno visitabili con il costo ordinario del biglietto. Il Museo sarà aperto dalle ore 9 alle ore 20 (ultimo ingresso alle ore 19.30). In questo momento anche visitabile la mostra temporanea “Castelli e Chiese di Calabria e Basilicata” allestita in piazza Paolo Orsi con le preziose miniature della Fondazione Carical.

“Le magiche uova”

«La nostra proposta per famiglie con bambini consta di due momenti. Saranno rievocate le storie antiche di rinascita e fecondità. Dal mito dell’uovo di Leda dal quale nacquero i Dioscuri, all’uovo di struzzo rinvenuto in una tomba femminile della necropoli locrese di Lucifero, passando per il mito di Persefone e Demetra. Seguiremo le tracce dei reperti custoditi nel museo tra i livelli B e C. Dopo avrà luogo l’attività manuale per i più piccoli. Potranno di colorare e decorare con fantasia e creatività delle uova. Il laboratorio di oggi pomeriggio sarà curato dal collega Paolo Cotrupi». È quanto spiega, l’archeologa Alessia Furia, operatrice didattica della Coopculture, assegnataria dei servizi educativi erogati dal Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria.

Il mito dell’uovo di Leda e la nascita dei Dioscuri

Si narra che Leda, regina di Sparta, sposò Tindaro e fu madre di due figli, i gemelli Dioscuri (Castore e Polluce), e di cinque figlie, Elena (di Troia), Clitennestra, Timandra, Filonoe e Febe. Ma Elena e Polluce erano figli di Zeus e non di Tindaro. Il mito prevalente tramanda che Leda si unì prima a Tindaro e poi a Zeus in forma di cigno, deponendo due uova: dalla prima nacquero Castore (mortale) e Clittemnestra, figli di Tindaro, e dalla seconda Polluce (immortale) e Elena, figli di Zeus.
Castore e Polluce, detti appunto Dioscuri, si narra fossero legati da un affetto viscerale al punto che quando Castore morì, Polluce, immortale, decise pure di morire. La loro unione ispirò anche la simbologia antica della costellazione dei Gemelli.

Dal santuario di Marasà di Locri, risalente alla seconda metà del V secolo a.C., proviene il gruppo statuario dei Dioscuri posto a decorazione del tempio. Esposto nel museo reggino, esso è realizzato in marmo greco raffigurante i Dioscuri in atto di scendere dal cavallo sostenuto da un Tritone marino. Delle statuette il gruppo di destra è quello meglio conservato, anche se la testa venne ritrovata dal De Franciscis dopo più di sessant’anni nel 1956. Del gruppo di sinistra restano solo poche parti originali. Si è proceduto con una ricostruzione speculare rispetto a quello rinvenuto quasi nella sua interezza.
Le statuette vennero rinvenute dal Sovrintendente Paolo Orsi durante la campagna di scavi del 1890-91 nell’area archeologica dell’antica Locri Epizefiri. Il gruppo marmoreo dei Dioscuri costituiva la decorazione scultorea della fronte occidentale del tempio dorico del Santuario di Contrada Marasà. Era dedicato probabilmente a Zeus, da qui il nome di Dioscuri di Marasà.

L’uovo di Struzzo nella necropoli locrese di Lucifero

Nella sezione C del Museo è possibile ammirare il grosso uovo di struzzo. Simbolo dell’eternità della vita, è segno del corredo femminile della tomba 704 (460-450 a.C.) nella necropoli locrese di Lucifero. Presente anche un fuso in osso, simbolo della filatura cui si dedicavano le donne. I pregiati contenitori di profumi rimandano al mondo della cosmesi, come lo specchio con impugnatura ad efebo nudo, qualche decennio più antico dei restanti oggetti, custodito al museo di Locri. Rientrano nel corredo anche due astragali.
Accanto il corredo di altra tomba femminile 1490 (470-450 a.C.) ricco di vasi funzionali alla cosmesi. Rinvenuti anche la lekythos, il contenitore per oli e unguenti profumati, due unguentari a forma di anforetta in pasta vitrea, prodotti nel Mediterraneo orientale.

La devozione a Persefone

Nella sezione B del museo tra i santuari greci anche quello locrese della Mannella dedicato alla dea Persefone. C’è anche una ricca e affascinante esposizione di Pinakes e di statuette in terracotta raffiguranti, come di consueto, la divinità stessa oppure i frutti della terra (tra i quali spiccano anche le forme del peperoncino) e fiori portati in dono e offerti al tempio.

Il santuario della Mannella era oggetto di venerazione pure per i riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta compiuti dalle giovani donne locresi prima delle nozze e dai giovani uomini in procinto di assumere le armi.

«Nel V secolo a.C. l’offerta più frequente era quella dei pinakes, quadretti in terracotta recanti a rilievo scene del mito e del culto di Persefone. Il loro altissimo numero sembra indicare un’ampia frequentazione del santuario. Lo attesta la ceramica miniaturistica, mezzo estremamente modesto per compiere o evocare riti», si legge sul pannello esplicativo del museo.

Il mito di Persefone e Demetra

Persefone, figlia di Demetra, era la dea che presiedeva all’agricoltura. Ma era anche la sposa di Ade, signore dell’Oltretomba. Si lega a lei il celebre mito del ciclo delle stagioni, secondo il quale lei viveva negli inferi durante i mesi infecondi dell’anno e sulla terra per i mesi più luminosi e fruttuosi. Era la divinità alla quale appellarsi per una natura e una vita feconde e al cospetto della quale invocare dopo la morte un destino clemente per la propria anima.

Sua madre era Demetra, nella mitologia romana Cerere, una divinità della religione greca, figlia di Crono e Rea, che presiedeva la natura, i raccolti e le messi. Con la madre Demetra, che l’aveva concepita con il fratello Zeus, è profondamente legata ai misteri eleusini.

Un giorno Persefone, mentre coglieva dei fiori, fu rapita da Ade. Da tempo innamorato di lei, era arrivato dagli abissi dell’oltretomba, dopo avere squarciato la terra, per trascinarla via con sé.  Il rapimento, che si era compiuto con il consenso di Zeus, fece sprofondare nella più cupa disperazione la madre Demetra che si vendicò abbandonando l’Olimpo, privando la terra dei suoi frutti e condannando l’umanità alla carestia.  

Zeus, costretto a cedere alle suppliche dei mortali e degli stessi dei, dopo un lungo periodo inviò Ermes, il messaggero degli dei, nell’oltretomba da Ade, per riportare Persefone sulla Terra. Ade la lasciò andare con l’inganno, facendole mangiare sei semi di melograno, frutto degli inferi che le avrebbe impedito di rimanere per sempre nel regno della luce, dunque sulla terra. Da qui il destino di Persefone divisa tra la luce e la tenebra, tra la terra e gli inferi e, dunque, costretta a tornare negli abissi dell’oltretomba per parte dell’anno. Queste le origini del mito della rifioritura della terra e dei campi in alcuni periodi dell’anno e dell’alternarsi delle stagioni con la luminosa e calda primavera a seguito del buio e freddo inverno.