Il saggio del giornalista e studioso, suo massimo biografo, riporta alla luce un episodio poco noto della vita dell’artista: «Una esperienza che gl’insegnò a “pensare in grande”, lo spinse al coraggio e alla misura»
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Da agosto a novembre del 1906, Umberto Boccioni, ventiquattrenne, visitò la Russia; per gli occidentali un mondo ancora più immaginato che conosciuto. Un viaggio intenso che lascia tracce profonde nel suo futuro artistico. Uno spaccato della vita dell’artista originario di Reggio Calabria sin qui poco conosciuto, ora raccontato nel saggio “Il colbacco di Boccioni”, di Gino Agnese, giornalista e studioso, il suo massimo biografo, edito da Rubbettino.
«Allora l’immensità della Russia risultava più di oggi. Nelle conoscenze di Boccioni non c’era chi avesse fatto viaggi così lontano e di così lunga durata. Erano gli anni della grande letteratura russa, diffusa in tutto il mondo. Era un Paese distante, ma i romanzi che parlavano di quegli ambienti appassionavano ovunque» dice Agnese, autore della monografia “Vita di Boccioni”.
«Boccioni attraversò un’esperienza formativa sotto vari aspetti. Forse il viaggio gl’insegnò a “pensare in grande”, lo spinse al coraggio e, al tempo stesso, alla misura. Da Parigi, dove rimase sempre in quell’anno da aprile ad agosto, poi si recò in Russia. Si immerse in una dimensione di vita differente da quella romana o padovana vissuta fin lì. Fu un’esperienza importante, una scoperta epocale».
Come lei scrive, Boccioni fece il viaggio in Russia seguendo una giovane russa, conosciuta proprio nella capitale francese, Augusta Petrovna Popoff, moglie di Valère Berdnikoff, funzionario del Consolato russo a Parigi, con cui ebbe una relazione e un figlio segreto. Che figura è quella di Augusta nella vita dell’artista?
«Augusta amava l’arte, a Parigi prese lezioni di disegno da lui e finì per innamorarsi. Poi, dovendo rientrare in Russia, evocando i paesaggi del Volga e la bellezza di Mosca, gli propose di fare il viaggio insieme. Boccioni non aveva bisogno di essere convinto, era attratto dall’idea di visitare la Russia, così con le spese coperte in parte da lei e in parte dalla madre partì. Augusta, in quei mesi, lo introdusse negli ambienti altolocati russi, ma lui non la ricambiò allo stesso modo, non perse la testa per lei».
Boccioni vide una Russia abitata da fermenti sotterranei che, negli anni, avrebbero portato alla Rivoluzione d’Ottobre, incontrò artisti dell’avanguardia come Archipenko, Aleksandra Ekster e altri. Tutto questo come ha influenzato il percorso artistico di Boccioni e la sua adesione al Futurismo?
«Intanto, possiamo affermare che Boccioni era “naturaliter” futurista, non ha avuto influenze, ci è nato. Il poeta Benedict Livsic scrive addirittura che per i russi il futurismo italiano fu Boccioni. Ma, in senso ampio, vediamo come egli incroci spesso sul suo cammino russi e russe. Probabilmente non avrebbe dipinto il suo quadro più grande e più noto, La città sale, senza l’aiuto di una famosa filantropa di Milano, Alessandrina “Sasha” Ravizza, nata a San Pietroburgo, che aveva sposato un ingegnere italiano, e non avrebbe dipinto Le tre donne se non avesse visto la Trinità angelica di Rublev. Nel 1908, a due anni dal viaggio in Russia, si raffigura con un colbacco cilindrico in testa – cui fa riferimento il titolo del mio nuovo saggio – e un cappotto con bavero di pelliccia che, come scrive lo storico dell’arte Marco Rossi, “sembrano attestare un’intenzione ineluttabile”».
Boccioni è un artista che parla ancora al mondo contemporaneo. Lo ritroviamo anche nelle tracce della maturità. Ma cosa rende attuale la sua opera?
«Boccioni oggi risulta importante perché fece salti in avanti. Attuale è il coraggio del nuovo, il rifiuto del già visto. Un talento assoluto, dal temperamento spregiudicato. Boccioni era un genio. Il più grande artista che abbia avuto l’Italia nella prima metà del Novecento. Eppure, un bel po’ di anni fa, per un’intervista in tv, il conduttore riguardo al Futurismo mi disse di parlare solo di Marinetti, perché nessuno conosceva Boccioni. Credo vada ribaltata la prospettiva. Marinetti aveva vissuto certo esperienze più vaste di Boccioni, era più grande di età, era di fatto il padre riconosciuto del Futurismo. Ma Boccioni aveva una genialità superiore».

