L’appello della primogenita dell’imprenditore assassinato e il cui delitto è ancora senza un colpevole: «Indagini fermate troppo presto»
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Un imprenditore integro, un calabrese perbene e innamorato della sua terra che il 20 marzo 1989 fu raggiunto mortalmente da alcuni colpi di pistola a Locri. A sparare fu una mano ancora oggi sconosciuta. Vincenzo Grasso aveva 51 anni e ancora il suo delitto è ancora rimasto senza un colpevole. A 37 anni da quell’omicidio la figlia Stefania, anima dell’associazione antimafia Libera, chiede giustizia. «Il tempo non può e non deve cancellare ciò che è accaduto, né può spegnere il nostro bisogno di verità. Il mio papà è stato ucciso senza motivo, strappato alla sua famiglia, al suo lavoro, alla sua vita – racconta attraverso la pagina social del sodalizio fondato da don Luigi Ciotti – Non aveva colpe, non cercava conflitti. Credeva nel rispetto, nella giustizia, nella dignità. Ed è proprio questa sua innocenza ad aver reso la sua morte ancora più ingiusta.».
Nonostante la Medaglia d'oro al merito civile, conferitagli nel 1997, la sua vicenda giudiziaria è rimasta senza colpevoli: le indagini furono archiviate dopo soli sei mesi. «Mio padre non era un eroe per scelta, era un uomo coerente: un uomo che credeva nel lavoro e nel rispetto delle regole, e che ha pagato con il sangue il suo "no" alle pretese della 'ndrangheta. Oggi, come figlia, avverto un peso che non è solo quello della mancanza, ma quello del silenzio giudiziario. Il diritto alla verità non è una concessione, è il pilastro su cui si poggia la giustizia. Per mio padre Vincenzo, quel diritto è rimasto in sospeso: le indagini sul suo omicidio si sono fermate troppo presto, lasciando i nomi dei mandanti e degli esecutori nel buio dell'impunità.».
Oggi Stefania porta con sè un vuoto che non si colma, ma porta anche una responsabilità: «Quella – dice – di chiedere, forte e chiaro, il diritto alla verità. La verità non è solo un atto giudiziario. È un dovere verso le vittime, verso le famiglie, verso la società. È il fondamento di ogni memoria sana, di ogni futuro che non voglia ripetere gli stessi errori. Mi domando spesso cosa significa cercare la verità. Significa restituire identità: Non permettere che il suo nome sia solo una riga in un elenco di vittime. Significa rompere l’isolamento: Quel "no" fu una scelta solitaria; la ricerca della verità deve invece essere un impegno collettivo dello Stato e della società. Significa dare un senso al sacrificio: Senza verità, la memoria rischia di diventare una celebrazione sterile. La giustizia ha bisogno di nomi e di responsabilità accertate per poter dire che il male non ha vinto.».
Per Stefania «Chiedere verità non è un atto di vendetta, ma un atto d'amore verso la nostra terra. Lo dobbiamo a mio padre, lo dobbiamo a noi stessi e a tutti quei cittadini che ogni giorno, a Locri e altrove, scelgono di restare dalla parte della legalità. Io continuerò a parlare, a ricordare, a raccontare chi era mio padre. Continuerò a tener vivo il suo sorriso, la sua onestà, il suo coraggio silenzioso. Perché la ’ndrangheta gli ha tolto la vita, ma non potrà mai cancellare la sua storia. La memoria di una vittima innocente non si spegne: cresce, resiste, illumina. E finché avrò voce, rivendicherò il diritto alla verità. Per mio padre, per la mia famiglia, per tutti noi. La memoria è un dovere, ma la verità è un diritto che non cade mai in prescrizione.».

