Ormai conclusa la campagna elettorale, attendiamo che i cittadini scelgano colui che sarà il nuovo Sindaco della nostra Città.
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«Nell'augurare a tutti la migliore sorte e al prescelto buon lavoro per il prossimo mandato, rispettando il silenzio elettorale, voglio offrire ai cittadini un breve excursus su quella che era la procedura elettorale nel XVII secolo, per come riportato dallo Spanò Bolani e dettagliato poi da Franco Arillotta tramite gli atti dei notai dell'epoca». È quanto spiega Filippo Arillotta, docente e ricercatore.
«Va premesso che Reggio era una città demaniale; pertanto dipendeva direttamente dal Re che esercitava il suo controllo per mezzo di un Governatore. Questo consentiva un notevole margine di autonomia che si esplicitava attraverso l'elezione di sindaci che la governavano per il periodo di un anno.
Tale elezione avveniva in maniera piuttosto macchinosa, per evitare brogli e per consentire di scegliere effettivamente i migliori.
Nel 1636 i Sindaci Musitano, Genoese e Milea (due nobili e uno degli “honorati” cioè della borghesia) ottennero dal Re una modifica costituzionale al sistema elettorale precedente, consentendo la partecipazione alle elezioni anche a classi sociali che precedentemente ne erano escluse.
Questa nuova costituzione “democratica” stabiliva che i consiglieri comunali dovessero essere diciotto di cui cinque nobili, quattro honorati, cinque mastri (artigiani) e quattro massari o foresi (proprietari di beni nelle campagne circostanti).
I sindaci erano sempre tre di cui due nobili e un onorato.
L'elezione era alquanto macchinosa : si posavano palle bianche e nere in un mobile apposito, il “casciarizzo” il quale aveva un numero di cassetti (cascioni) per quanti erano i candidati.
Gli elettori depositavano palle bianche per votare il candidato e nere per dichiarare il non gradimento. Contando le palle bianche e nere si poteva avere sia il risultato delle elezioni, sia la verifica che tutti hanno votato una sola volta.
Per votare l'elettore doveva mantenere il massimo segreto: nessuno poteva avvicinarlo o parlargli, mentre alle operazioni assistevano solo due religiosi venerati e rispettabili, ma soprattutto “forestieri”. L'elettore votava dopo avere giurato col Crocifisso in mano che avrebbe dato la amante “alla persona che gli parrà abile e meritevole”.
Si veniva chiamati a votare per chiamata nominale effettuata dal Trombetta (il trombettiere comunale) che suonava la tromba tre volte a intervalli regolari della durata di “un’Avemaria”. Trascorso il tempo senza che il chiamato si presentasse si passava al successivo.
Nei capitoli si stabiliva pure la data delle elezioni che era il 29 Giugno, giorno dei Santi Pietro e Paolo.
Per finire va detto che i Sindaci erano responsabili del vitto per la città, dei lavori pubblici, gestire le finanze comunali, nominare gli artiglieri dei fortini difensivi, assicurare la salute pubblica.
I Sindaci avevano il titolo di “Magnifici ed Illustres”.
Se però la città non pagava i debiti, i Sindaci ne rispondevano in prima persona e rischiavano il carcere; così come, in caso di sommosse, le prime case ad essere prese di mira erano proprio le loro.
Insomma, onori ed oneri, allora come oggi.
In conclusione quindi ribadisco il mio augurio ai contendenti e che la città sia sempre amministrata dagli “abili e meritevoli”, come quattrocento anni fa», conclude Filippo Arillotta, docente e ricercatore.

