Ci sono vittorie che valgono più del risultato. Quella conquistata dalla Reggina al Granillo contro il Castrumfavara è una di queste: un 2-0 che racconta la crescita di una squadra diventata, col tempo, più consapevole che spavalda, più concreta che estetica.

Mister Torrisi lo sa bene: per lui il successo di ieri non è solo una tappa, ma il riflesso di un percorso che unisce lavoro, equilibrio e mentalità collettiva.«La squadra ha dimostrato maturità», ha spiegato l’allenatore amaranto nel post gara. Parole che racchiudono una filosofia: niente proclami, niente illusioni. Solo continuità e dedizione, il cemento su cui poggia questa Reggina che ormai sa vincere anche con misura, senza bisogno di luci abbaglianti.

La gara ha messo in mostra una Reggina padrona del gioco, capace di costruire con ordine e di mantenere costante la pressione sull’avversario. Forse è mancata un po’ di cattiveria sotto porta — lo stesso Torrisi lo ha ammesso —, ma è in quella “imperfezione” che si misura la solidità del gruppo. Una squadra che cerca di migliorarsi, che non si accontenta, che sa riconoscere anche le piccole mancanze per farne motivo di progresso.

Il tecnico lo ha sottolineato con equilibrio: «Negli ultimi venticinque metri siamo stati troppo morbidi, ci è mancata la forzatura che può fare male all’avversario». Parole che tradiscono più ambizione che rimprovero: Torrisi guarda oltre il punteggio, verso quella crescita collettiva che, nel suo progetto, conta più dei numeri.

C’è un filo rosso che attraversa tutte le dichiarazioni del mister: la centralità del gruppo. Torrisi non si ferma ai marcatori, ma esalta lo spirito di chi lavora per la squadra, citando Di Grazia per la generosità nella fase difensiva e ringraziando Bevilacqua, subentrato quasi a freddo dopo un imprevisto nel riscaldamento per Mungo.

Non è un caso nemmeno l’elogio di Luca Ferraro, costretto al cambio per crampi dopo aver dato tutto: «Questo per me vale più di un gol». In queste parole c’è la dimensione umana di un allenatore che misura la vittoria in chilometri percorsi e in fatica condivisa.

E poi la panchina, non come margine ma come risorsa: «Avere giocatori come Edera e Sartore a disposizione è un merito della società», ha ricordato Torrisi. È il manifesto di un’idea di calcio dove la competizione interna non è minaccia ma stimolo, e la normalità — «chiunque può andare in panchina o in tribuna» — diventa forza sociale di un gruppo coeso.

La Reggina di Torrisi non vive di fiammate, ma di metodo. Il tecnico rifiuta le goleade come simbolo di successo: privilegia la concretezza, la mentalità del «fare bene anche il semplice», la cultura del quotidiano. È questa la vera rivoluzione silenziosa che si respira al Granillo: una squadra che non promette miracoli, ma costruisce passo dopo passo una propria identità.

«Il lavoro è l’unica certezza che porta risultati» ha ribadito il mister. È una frase che suona quasi come un manifesto etico in un calcio che spesso corre dietro all’effimero. La Reggina, invece, cammina con passo deciso e sguardo lucido: non ha bisogno di mostrarsi, le basta continuare a crescere. E finché la fame resterà questa, le parole di Torrisi non resteranno un semplice commento post-partita, ma il racconto in tempo reale di un progetto che, forse, ha appena cominciato a scrivere qualcosa di importante.