La conta dei danni è iniziata con le prime luci, quando il vento ha mollato la presa quel tanto che basta per rimettere in strada uomini, mezzi e tecnici. Nel Reggino, dopo ore di burrasca, la fotografia è quella di una provincia che misura le ferite una per una: alberi abbattuti, tetti scoperchiati, cornicioni pericolanti, tralicci e pali piegati, mare che si è preso spazio dove non dovrebbe. Il ciclone Nils, arrivato in coda a settimane già segnate da altri sistemi perturbati, ha riportato la Calabria dentro una parola che qui suona familiare: emergenza.

A Reggio Calabria, la notte ha avuto un rumore preciso: l’urto delle raffiche contro lamiere e coperture, il frangersi delle onde, il trascinamento di detriti. Gli interventi per la messa in sicurezza hanno interessato centro e periferie, con segnalazioni per rami e alberi caduti e un’azione anche sul lungomare di Gallico. Il lungomare di Catona è stato chiuso per mareggiata. Sul fronte mare, la spinta del Tirreno ha colpito il lungomare Falcomatà: i lidi sono stati danneggiati, con strutture e arredi messi sotto pressione dall’acqua e dalla sabbia trascinata dalle onde. La macchina comunale, insieme alla Protezione civile e alla Polizia locale, ha lavorato in raccordo con la società Castore e con le forze deputate, mantenendo operative le funzioni di coordinamento fino a cessate esigenze.

Il dato che restituisce la misura della notte, però, è quello che riguarda l’intera provincia: i Vigili del fuoco hanno effettuato oltre 30 interventi nelle ore più difficili per tetti scoperchiati, alberi caduti e cornicioni pericolanti. Alle prime ore del giorno successivo, la coda era ancora pesante: circa 30 interventi in attesa. Numeri che parlano di danni sparsi, ripetuti, capillari, con un territorio che richiede presidi simultanei e tempi lunghi per tornare in sicurezza.

Il maltempo ha inciso anche sulla mobilità. La linea ferroviaria Reggio Calabria–Catanzaro Lido è stata sospesa dalle 6 alle 8 per danni causati dal vento e dalle criticità nei pressi della linea tra San Lorenzo e Condofuri. Intercity e Regionali hanno registrato cancellazioni, limitazioni di percorso e maggiori tempi di percorrenza fino a 70 minuti. Due ore di stop, più la scia di ritardi, bastano a ricordare quanto la rete dei collegamenti, in Calabria, viva spesso su equilibri delicati: basta un tratto vulnerabile per spezzare la continuità di un’intera dorsale.

Nella fascia tirrenica e nella Piana di Gioia Tauro, la notte ha lasciato un bilancio di disagi alla viabilità, alberi abbattuti e strade ostacolate. A Bagnara Calabra una frana, verificatasi intorno alle 20 di ieri sera, ha interessato l’inizio della Strada provinciale che collega Bagnara con Solano: detriti sulla carreggiata, transito compromesso, monitoraggio avviato sul posto e interlocuzione immediata con la Città Metropolitana per l’intervento di ripristino. Sono episodi diversi, distanti tra loro, eppure raccontano la stessa cosa: quando vento e pioggia insistono, la fragilità si manifesta nei punti già segnati.

Sulla Jonica reggina, dove Harry aveva già aperto ferite profonde, Melito Porto Salvo ha attraversato un’altra nottata pesantissima. Il Comune parla di un territorio «già duramente provato». e descrive un quadro fatto di cadute di alberi e tralicci elettrici, con conseguenti malfunzionamenti dei pozzi e degli impianti di sollevamento, oltre a danni agli impianti sportivi. Il dettaglio più eloquente riguarda le scuole: alberi caduti in prossimità degli istituti, un segnale che rende concreta la scelta della chiusura disposta per allerta meteo, con la sicurezza di studenti e personale messa al primo posto. Dalle prime ore del mattino tecnici comunali, Polizia locale, Vigili del fuoco, squadre operative e volontari sono al lavoro per la conta dei danni, la messa in sicurezza e gli interventi urgenti.

Poi c’è San Lorenzo. Qui il ciclone ha colpito anche la dimensione simbolica. Il vento ha abbattuto lo storico olmo secolare, stimato in oltre 700 anni, punto di riferimento identitario per intere generazioni. Il Comune ha proclamato il lutto cittadino per il 14 febbraio 2026, con bandiere a mezz’asta sugli edifici comunali e stop alle manifestazioni pubbliche ludiche e ricreative incompatibili con il momento. È una decisione rara, quasi senza precedenti nel sentire comune: un paese che si ferma e si stringe attorno a un albero. Dentro questo gesto c’è l’idea che una comunità non perde solo un elemento del paesaggio, perde memoria, appartenenza, continuità.

Ed è qui che la cronaca smette di essere soltanto cronaca. Perché Nils arriva in una fase in cui la Calabria ha già consumato risorse, energie e fiducia. Arriva dopo settimane di maltempo, in una regione dove l’emergenza non fa in tempo a chiudersi che subito si riapre un altro fronte. Il problema, oggi, non è soltanto la forza del singolo evento. È il ritmo con cui questi eventi si presentano, si accavallano, insistono.

La Calabria è una terra compressa: montagne, colline, fiumare, coste, centri abitati costruiti spesso in prossimità di alvei, versanti, linee di riva. È una geografia splendida e vulnerabile. Quando il vento tira con violenza e il mare cresce, l’impatto colpisce i waterfront e le infrastrutture costiere. Quando le piogge si concentrano e i terreni restano saturi, il dissesto idrogeologico cambia scala e diventa quotidianità: frane, smottamenti, carreggiate invase, ponti e strade che richiedono verifiche continue. In mezzo ci sono reti essenziali: elettricità, sollevamenti, pozzi, impianti che servono una comunità e che, sotto stress, generano un effetto domino.

Il cambiamento climatico entra qui, senza slogan. Entra nel modo in cui il Mediterraneo sta accumulando energia e nel modo in cui i fenomeni tendono a diventare più intensi e più ravvicinati. Entra nel fatto che un territorio già fragile viene sollecitato con maggiore frequenza, con meno tempo per recuperare, con più punti critici che cedono insieme. Ogni evento diventa un acceleratore di ciò che era già compromesso.

Da decenni la Calabria convive con un nodo strutturale: la difesa del suolo e delle coste è rimasta incompleta, discontinua, spesso affidata a interventi d’urgenza e a riparazioni successive, con una manutenzione che fatica a diventare sistema. Servirebbero investimenti enormi, miliardi di euro distribuiti su anni, con priorità chiare, cantieri programmati, monitoraggi costanti, prevenzione vera. Servirebbe la normalità di una manutenzione ordinaria che in tanti territori diventa straordinaria solo quando arriva la tempesta.

La notte di Nils, allora, non si esaurisce nella conta dei danni. È un messaggio in tempo reale. Dice che il dissesto non aspetta più, che le fragilità non restano confinate, che basta un ciclo di vento e mare per mettere sotto pressione trasporti, servizi e spazi pubblici. Dice che una provincia intera può ritrovarsi con decine di interventi contemporanei, con una coda di emergenze che si trascina nel giorno dopo. Dice che un paese può arrivare a proclamare lutto cittadino per un albero perché quel simbolo, cadendo, rende visibile una perdita più ampia: la sensazione di vivere su un equilibrio che si assottiglia.