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NOI NON DIMENTICHIAMO | Locride, 30 anni fa il sequestro di Lollò Cartisano

Solo nel 2003 grazie a una lettera anonima il suo cadavere viene ritrovato. La figlia Deborah: «Voglio conoscere la verità»

NOI NON DIMENTICHIAMO | Locride, 30 anni fa il sequestro di Lollò Cartisano

Questa storia inizia e finisce con una lettera. Quella ricevuta senza francobollo con le richieste di pizzo dei clan della Locride che Adolfo Cartisano stracciò sotto gli occhi della figlia Deborah. Quella anonima in cui si racconta che il fotografo di Bovalino morì per un errore e in cui viene indicato il luogo di sepoltura, in Aspromonte. E poi quella aperta dei familiari, disposti a concedere il proprio personale perdono, ma chiedendo agli anonimi di consegnarsi alla giustizia, cosa mai avvenuta.

La storia di Lollò Cartisano è una di quelle ferite che difficilmente la Calabria potrà rimarginare, che affonda le radici nella stagione più sanguinosa dei sequestri di persona. «Era la stagione in cui la Locride era terra di turismo – ricorda la figlia Deborah – poi, con gli alberghi occupati dai corpi speciali dello Stato, in Calabria per combattere la ‘ndrangheta, tutto questo pian piano è scomparso».
Originario di Bovalino, Cartisano era stato in gioventù una delle punte di diamante della squadra del Mazara. Successivamente era diventato un fotografo di talento, cimentandosi anche in diversi reportage all’estero. Quando viene sequestrato si trova davanti al suo appartamento al mare di Bovalino. «Nel periodo precedente a casa si respirava aria di preoccupazione – racconta ancora la figlia -. Dopo alcuni mesi chiedo spiegazioni e mio padre mi racconta tutto, delle richieste di pizzo che lui non voleva pagare, alle denunce presentate alle forze dell’ordine».

Scomparve nel luglio del 1993 e non fece mai ritorno a casa Adolfo Cartisano. La sua famiglia pagò anche il riscatto, e solo diversi anni dopo, grazie ad un pentito, venne indicato il punto in cui si trovavano i suoi resti e venne celebrato il suo funerale. «Quest’anno sono 30 anni dal rapimento e 20 dal ritrovamento del corpo – spiega Deborah, che nella Locride è anche referente di Libera – sarà un momento importante e spero in una risposta forte della comunità. Noi continueremo a fare la marcia attraverso i sentieri della memoria fino a Pietra Cappa. Per noi è un dovere ricordare. Su mio padre vorrei sapere la verità, alcuni dei condannati fra poco usciranno e spero che escano da lì diversi da come sono entrati».

Da diversi anni Deborah Cartisano gira nelle scuole e nelle carceri a diffondere tra i ragazzi la cultura della legalità. «La realtà è molta più brutta di quella raccontata nelle serie tv – rimarca -. La rieducazione passa attraverso anche le nostre testimonianze. Vogliamo che chi esce da quegli istituti non sia più la stessa persona. Dobbiamo sporcarci le mani. Poca attenzione da parte delle scuole? Serve più impegno, ai ragazzi giova compiere questi percorsi. Perdere due ore di lezione per riflettere su quello che è ancora la mafia in Calabria ne vale assolutamente la pena».

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