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«Era una splendida e calda giornata di sole quel 3 maggio del 1982. Gennaro Musella, alle 8,20, scese come al solito di casa. Pochi metri, l’apertura della portiera, la messa in moto, il boato assordante.
La città tremò come scossa da un terremoto: mio padre veniva disintegrato da una potentissima carica di tritolo posizionata sotto il sedile di guida». La figlia Adriana ricorda con queste parole quella tragica mattina di 43 anni fa.
«L’auto si accartocciò su se stessa, volando in aria per poi tornare al suolo, mentre l’urlo straziante della gente in strada si alzava in cielo, come grido lacerante di dolore. Sull’asfalto si formò una voragine che ancora oggi ,quando piove molto, riaffiora. Una colonna di fumo nero, fitto, salì verso il cielo, circondando gli edifici ,mentre del corpo dilaniato e sventrato dell’uomo, non esisteva più nulla.
I suoi occhi spalancati sembravano essere quasi increduli.
Di lui rimase solo un tronco monco; il cervello spappolato fu trovato appiccicato sul muro di un edificio della via antistante, una mano raccolta sull’asfalto. Moriva così mio padre, Gennaro Musella, moriva in una terra non sua ma che aveva imparato ad amare e di cui s’era innamorato, sognando di creare una seconda Positano in terra di Calabria. Quel sogno – racconta ancora la figlia Adriana Musella – fu disintegrato con lui e il suo sorriso spento. Dopo appena due giorni, avrebbe compiuto 57 anni.
In un attimo di follia, la distruzione di un corpo, di una vita, di una famiglia che da ieri ad oggi non ha smesso mai di pagare le conseguenze di quella tragedia che ci ha timbrato a fuoco e che ci portiamo dentro. Gennaro Musella non era un eroe ma una persona semplice e buona che ha pagato a caro prezzo la sua ribellione alla prepotenza e alla sopraffazione mafiosa, nel difendere dignità e libertà. In quella strada, quel giorno, insieme a lui è morta parte di me. Oggi – conclude la figlia Adriana Musella – nessuno può più uccidermi…anche se ci hanno provato…È già accaduto».

