Francesco Siclari e Pasquale Foti, rispettivamente presidente e vicepresidente della camera penale Reggio Calabria: «La giustizia non è solo esercizio di potere ma responsabilità morale, consapevolezza del limite e dovere di verità»
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«Niente di male col crocifisso in aula. Ma non dovrebbe stare dietro le spalle dei giudici. Lì lo vede solo il giudicabile ed è portato a credere che lo ammonisca a lasciar perdere ogni speranza (simbolo non di fede ma di disperazione). Va messo in faccia ai giudici, ben visibile nella parete di fronte, perché lo considerino con umiltà mentre giudicano e non dimentichino mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente». Piero Calamandrei
La giustizia non è solo esercizio di potere – dichiarano Francesco Siclari e Pasquale Foti, rispettivamente presidente e vicepresidente della camera penale Reggio Calabria – ma responsabilità morale, consapevolezza del limite e dovere di verità. Proprio per questo appare tanto più incomprensibile la scelta di una parte significativa della magistratura — intesa sia come pubblici ministeri sia come giudici — di scendere in campo contro la proposta di modifica costituzionale rinunciando a un confronto autenticamente tecnico-giuridico.
Colpisce, infatti, come tale opposizione si sia espressa prevalentemente attraverso slogan, formule semplificate e strumenti comunicativi di chiaro stampo politico, nonostante l’esistenza di un divieto specifico che dovrebbe impedire a un’associazione di magistrati di svolgere attività politica diretta. Una comunicazione che, oltre a sollevare profili di opportunità istituzionale, tradisce una evidente mancanza di rispetto verso il cittadino.
Quel cittadino — ogni donna e ogni uomo della Repubblica — che i magistrati sono chiamati quotidianamente a tutelare nei diritti e nella dignità, e che dovrebbe poter confidare, senza riserve, nella loro lealtà, nella loro probità e nella loro onestà intellettuale. La funzione giurisdizionale, per la sua stessa natura, pretende un surplus di rigore morale: chi è chiamato a valutare le condotte altrui, decidendo del destino delle persone, incarna — per diretta attribuzione costituzionale — l’ideale del giusto, del vero, del leale.
Proprio per questo motivo, al magistrato dovrebbe essere richiesto un obbligo rafforzato di verità. Il cittadino si aspetta che chi indossa la toga sia portatore di quei valori non solo nell’esercizio della funzione, ma anche nel dibattito pubblico, soprattutto quando esso incide sulle fondamenta dell’ordinamento costituzionale.
Le argomentazioni che l’Anm — associazione significativamente denominata e non priva di ambiguità nella sua funzione para-sindacale — pone a sostegno della campagna per il “NO” alla riforma della giustizia appaiono, sotto questo profilo, gravemente deludenti. Esse sembrano più orientate a suscitare timori che a spiegare contenuti; più volte a suggestionare che a informare. In ciò si intravede un tradimento di quei valori di correttezza e trasparenza che dovrebbero costituire il fondamento dell’autorevolezza della magistratura.
Il cittadino non dovrebbe mai nutrire dubbi sulla lealtà di un magistrato. Non in termini relativi, ma assoluti. Perché chiunque, un giorno, potrebbe trovarsi in un’aula di tribunale e avere bisogno di credere che coloro che amministrano la giustizia rappresentino una garanzia effettiva di imparzialità, equidistanza e correttezza. Tali valori non possono essere occasionali: devono permeare l’istituzione e manifestarsi anche simbolicamente, agli occhi di chi osserva, persino di chi è estraneo alle vicende giudiziarie.
Eppure, da tempo, questa percezione sembra incrinata. Sempre più spesso il cittadino comune che frequenta le aule di giustizia non avverte che la giurisdizione sia esercitata secondo quei principi ideali che ne giustificano l’esistenza. La giustizia, per essere tale, non deve soltanto esserlo: deve anche apparirlo.
In questo quadro, la scelta dell’Anm di agire attraverso un “Comitato per il NO”, apparentemente per aggirare il divieto di svolgere attività politica diretta, segna una ulteriore e preoccupante deviazione. Essa manifesta un’uscita dai binari della sobrietà istituzionale e della misura che dovrebbero contraddistinguere chi esercita un potere così delicato.
Ancora più grave è il contenuto della comunicazione adottata. Come si può affermare, senza forzature evidenti, che la modifica costituzionale condurrebbe i giudici “sotto il controllo della politica”? Tale messaggio, veicolato attraverso manifesti di grandi dimensioni affissi in spazi pubblici, non solo appare allarmistico, ma contraddice la stessa posizione espressa da autorevoli rappresentanti dell’ANM, magistrati e tecnici del diritto, i quali riconoscono che l’eventuale incidenza della riforma riguarderebbe esclusivamente la funzione del pubblico ministero e non quella del giudice.
Il pubblico ministero, infatti, è chiamato a ricercare le prove e a sostenere l’accusa; il giudice, invece, deve collocarsi in una posizione di terzietà ed equidistanza, valutando liberamente le tesi dell’accusa e della difesa. Eppure, negli slogan utilizzati, è proprio la figura del giudice a essere evocata, alimentando confusione e timori ingiustificati.
Ciò che più inquieta è la consapevolezza che tale travisamento non sia casuale, ma funzionale a colpire l’osservatore meno attrezzato, il cittadino comune, inducendolo — attraverso lo spauracchio della “giustizia asservita alla politica” — a una scelta di voto fondata sulla paura anziché sulla comprensione.
E allora la domanda torna, inevitabile e scomoda: a che serve mentire per sostenere una tesi? Se le ragioni sono solide, se gli argomenti sono davvero dalla propria parte, non vi è alcun bisogno di deformare la realtà. La menzogna, o anche solo la mistificazione, non rafforza una posizione: la indebolisce. E quando a ricorrervi è chi dovrebbe essere custode della verità, il danno non è solo politico o culturale, ma profondamente istituzionale.
“Molti giudici sono così fieri della loro incorruttibilità che dimenticano la giustizia.”
Oscar Wilde, concludono Francesco Siclari e Pasquale Foti, rispettivamente presidente e vicepresidente della camera penale Reggio Calabria.

