Dietro la ricostruzione dei borghi devastati dal sisma, l’inchiesta dell’antimafia di Ancona ipotizza l’alleanza tra un noto general contractor marchigiano e un costruttore considerato vicino alle cosche. Il suo parere sugli operai nei cantieri: «Questa è gente disposta a sparare e uccidere»
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Un esercito silenzioso di operai che lavora nei borghi feriti dal terremoto del 2016, tra le province di Macerata, Ancona, Fermo e Ascoli Piceno. Una montagna di denaro pubblico - centinaia di milioni di euro - erogata per la ricostruzione privata e gestita da un ristretto gruppo di imprese dominanti. E, sotto la superficie legale del general contractor, una manodopera controllata da chi, in Calabria, vanterebbe storici legami con contesti di criminalità organizzata. E 12 milioni di euro da seguire tra le Marche e il profondo Sud per captare eventuali interferenze mafiose.
L'inchiesta della Procura distrettuale antimafia e del Nucleo Pef-Gico della Guardia di Finanza di Ancona ha terremotato, nei giorni scorsi, impresa e politica nelle Marche e svela come il cratere sismico marchigiano si sia trasformato nel terreno d'elezione per una saldatura perfetta tra l'imprenditoria "rispettabile" del territorio e personaggi provenienti dalla Piana di Gioia Tauro.
Al centro di questo primo snodo investigativo c'è la figura di Vincenzo Chiappalone, costruttore cinquantenne originario di Melicucco. Già condannato in primo grado da minorenne per un tentato omicidio maturato negli anni 90 in ambienti di 'ndrangheta e gravato da una recidiva reiterata e specifica, Chiappalone si insedia nelle Marche a partire dai primi anni Duemila. È qui che compie il definitivo salto di qualità imprenditoriale, passando da mero lavoratore edile a dominus di una galassia di società.
Chiappalone non manca di colorare le conversazioni intercettati di riferimenti da cerchiare in rosso. Nel contesto di un’infiltrazione mafiosa che, nelle Marche, preferisce canali finanziari, descrive così i propri operai: «Questa gente è disposta anche a sparare e uccidere qualora ve ne fosse l’esigenza». A un collaboratore, spiega che «due suoi dipendenti, proprio su sua disposizione, si erano recati in territorio casertano per eseguire un omicidio» e «solo grazie al ripensamento di Chiappalone la vittima può dirsi ancora viva». Di più: Chiappalone disporrebbe anche di «un arsenale utilizzabile all’occorrenza»: «C’abbiamo la pistola dentro il baraccone, dietro al baraccone ho una calibro 9, un fucile a pompa e uno automatico».
Il ruolo dell'«imprenditore-cerniera»
A spalancargli le porte della ricostruzione marchigiana è Enrico Crucianelli, legale rappresentante del colosso edile Crucianelli Rest/Edile srl con sede a Tolentino e figura di primo piano nell'associazionismo di categoria provinciale.
Nelle carte giudiziarie, gli inquirenti definiscono Crucianelli come il classico «imprenditore-cerniera». Messo a dura prova dalla crisi del mercato immobiliare degli anni Duemila, Crucianelli individua nella ricostruzione post-terremoto lo strumento di rilancio e di affermazione egemonica. La sua impresa accumula un portafoglio sterminato: oltre 800 cantieri acquisiti tra il 2021 e il 2025. Tuttavia, la struttura aziendale è del tutto sproporzionata rispetto alla mole di lavori ottenuti, potendo contare su poco più di 200 dipendenti, compresi i quadri amministrativi.
Per evitare che i cantieri si blocchino e per massimizzare i profitti, il general contractor ha bisogno di un "serbatoio di manodopera" docile, rapido e intercambiabile. La risposta a questa esigenza diventa proprio Vincenzo Chiappalone.
Nelle parole degli inquirenti, la ditta marchigiana si colloca come snodo nevralgico: «Crucianelli, forte della sua posizione imprenditoriale e istituzionale nel settore edile marchigiano, svolge il fondamentale ruolo di “imprenditore-cerniera”, consentendo a soggetti legati alla criminalità organizzata di accedere alla ricostruzione privata post-sisma tramite subappalti e forniture di manodopera, ai quali si conferisce parvenza di legalità facendo apparire operative imprese che nascondono gli effettivi amministratori».
«È un calabrese con cui collaboro da 20 anni»: le intercettazioni
Il legame tra il costruttore marchigiano e l'imprenditore calabrese non è affatto occasionale. Il nesso tra due storie apparentemente così distanti viene catturato dalle cimici della Guardia di Finanza il 2 novembre 2025, mentre Enrico Crucianelli si trova in auto con la compagna.
Crucianelli le racconta di aver aiutato Chiappalone a "traghettare" i crediti maturati dalla sua vecchia società, la Esmeralda Costruzioni srl (ormai soffocata dai debiti e sull'orlo del fallimento), verso una nuova creatura societaria, la Edilnova srl: «È un calabrese con il quale collabora da vent'anni, ossia quello che verrebbe sempre alle cene...»,dice.
Il meccanismo: il "SAL 0" e il subappalto di sola manodopera
Come funzionava sul campo l'alleanza tra il general contractor e le imprese di Chiappalone? L'inchiesta documenta – ne è convinta l’accusa – un modello contrattuale sistematicamente elusivo.
Non appena acquisiva la commessa dal committente privato, la Crucianelli Rest/Edile S.r.l. richiedeva all'Ufficio Speciale Ricostruzione (USR) la liquidazione dell'anticipazione finanziaria sul contributo pubblico, quantificata tra il 20% e il 30% dell'importo dei lavori (il cosiddetto "SAL 0").
Quello stesso 20% costituiva il margine di profitto immediato trattenuto da Crucianelli, che si disinteressava della gestione diretta del cantiere.
La realizzazione materiale dei lavori, poi, veniva interamente subappaltata alle ditte di Chiappalone. Ma non si trattava di veri e propri contratti di appalto, nei quali il subappaltatore organizza i propri mezzi e si assume il rischio d'impresa.
Tutti i materiali da costruzione (cemento, ferro, ponteggi, noli) venivano acquistati e fatturati direttamente da Crucianelli. A Chiappalone veniva pagata esclusivamente la manodopera, parametrata a una tariffa fissa di 23 euro all'ora per ogni operaio.
A svelare la cruda realtà del sistema è lo stesso Chiappalone, intercettato il 9 febbraio 2024 mentre si sfoga al telefono con un interlocutore indicato dagli inquirenti come "Enzo": «Gli operai li paga Enrico, i materiali li paga Enrico, tutto gli paga Enrico e dopo glieli scala... Ti piglia quel 20% e poi dopo tu fai come c... ti pare, se ci rimetti ci rimetti, tu quindi ti impegni di più, lui non ci pensa a niente del cantiere... è una bella cosa per tutti e due!». Chiappalone risponde: «Sì, questo è vero, però io tutti quelli che ho fatto con lo sconto del 20% ci ho rimesso dappertutto, Enzo!... Sui cantieri gestiti dai tecnici della Crucianelli non si guadagna perché ricaricano i costi. A me conviene lavorare 'in economia'...».
In un'altra conversazione intercettata il 19 gennaio 2024 con l'agente di zona di una ditta di forniture edili, Chiappalone rifiuta apertamente l'acquisto di materiale: «Noi lavoriamo in subappalto e il materiale edile ci viene fornito [da Crucianelli], mentre noi ci limitiamo solo alla fornitura di manodopera».
La giostra delle scatole cinesi: 12 milioni drenati dai cantieri
Secondo i magistrati marchigiani, per mascherare questo schema, evitare i controlli antimafia e lasciare insoddisfatti i debiti accumulati con il Fisco e con gli enti previdenziali, le aziende riconducibili a Chiappalone si sarebbero alternate in una vorticosa catena di sostituzioni. Un unico operatore economico celato dietro sigle societarie che venivano progressivamente svuotate e mandate in decozione.
Una ditta sarebbe stata attiva nei cantieri dal 2016 al 2020 con oltre 1,1 milioni di euro fatturati a Crucianelli, viene lasciata fallire nell'aprile 2023 accumulando debiti erariali definitivi per 1.353.436,53 euro.
Nel 2020 i dipendenti di questa prima ditta vengono "migrati" dentro un’altra ditta. Con questa società, Chiappalone ottiene in subappalto da Crucianelli ben 156 cantieri nella ricostruzione privata, per un totale fatturato di 10.121.449,51 euro.
Quando anche la seconda ditta accumula oltre 400mila euro di debiti tributari e contributivi e subisce la liquidazione giudiziale e il sequestro d'urgenza, Chiappalone (insieme alla ex moglie Mirella Gerace) costituisce a maggio 2025 una terza società. I 49 dipendenti rassegnano le dimissioni e passano in blocco a questa nuova compagine, che subentra in 50 cantieri già assegnati, fatturando a Crucianelli ulteriori 1.970.244,83 euro.
In totale, le società gestite di fatto da Chiappalone hanno incassato dalla Crucianelli Rest/Edile S.r.l. la cifra di 12 milioni 91mila euro.
Crucianelli, secondo l’accusa, sarebbe stato perfettamente consapevole del raggiro. Il 29 settembre 2025, il titolare del gruppo viene intercettato mentre commenta le manovre di Chiappalone con il suo storico capocantiere e tecnico di fiducia.
«Sembrerebbe – dice l’imprenditore – che Chiappalone c'abbia debiti per più di 400mila euro e noi abbiamo fatture aperte per 300... Ma nel frattempo perché lui non ti dice niente? Perché lui vuole i soldi sulla ditta nuova capito?».
Le valutazioni degli inquirenti e la realtà dei cantieri
Nelle valutazioni riportate nel provvedimento cautelare, la Dda di Ancona ipotizza che l'intero impianto contrattuale fosse solo una facciata destinata ad aggirare i controlli antimafia dell'Ufficio Speciale Ricostruzione: «I contratti di subappalto formalmente stipulati appaiono avere svolto una funzione meramente schermante, volta a rappresentare all'esterno una realtà negoziale diversa da quella effettiva. L'apparente affidamento di lavorazioni in subappalto ha consentito di dissimulare una somministrazione illecita di manodopera, in violazione della disciplina lavoristica, nonché delle regole poste a tutela della genuinità dell'appalto e della corretta concorrenza tra imprese».
I verbali d'escussione del Curatore Fallimentare confermano l'assenza totale di un'autonoma struttura aziendale in capo alle subappaltatrici calabresi: «Gli elementi fino ad oggi emersi sui rapporti tra la società in liquidazione e la Crucianelli Rest/Edile portano a ritenere che la Esmeralda srl operasse in favore della committente una mera fornitura di manodopera. Del resto, ciò corrisponde a quanto dichiarato al curatore dallo stesso Chiappalone Vincenzo: “Come detto era un'azienda che operava in subappalto di manodopera”».
Mentre l'Anagrafe Tributaria registrava milioni di euro in transiti bancari, nei cantieri feriti del sisma lavoravano operai somministrati senza garanzie e con contributi regolarmente elusi. Ma il denaro drenato dalle casse pubbliche della ricostruzione non è servito soltanto a finanziare il tenore di vita e le vetture di lusso degli indagati. Come svelerà il prosieguo delle indagini, quei flussi finanziari – è l’ipotesi della Dda – stavano per prendere una strada ben più scura: i conti delle consorterie 'ndranghetiste della Piana di Gioia Tauro.

