«Risulta dunque pienamente dimostrata la sistematica e pressoché totale violazione da parte degli imputati della normativa antinfortunistica, a cominciare dall'omissione di tutte le valutazioni dei rischi da infortunio e la conseguente mancata adozione della maggior parte dei presidi a tutela dell'incolumità dei lavoratori». È uno dei passaggi chiave delle motivazioni depositate dai giudici del Tribunale di Locri che lo scorso luglio hanno condannato due imprenditori ritenuti responsabili di omicidio colposo per la morte di Salvatore Caruso, un 25enne di Locri dipendente di un’azienda agricola deceduto nel maggio 2019 travolto da un trattore che stava conducendo mentre eseguiva lavori di pulizia in un fondo di contrada Moschetta, dopo essere caduto in una scarpata.

«Il solo adempimento burocratico in proposito espletato era la visita medica di accertamento dell'idoneità fisica alla mansione, ma per il resto – annotano i magistrati di piazza Fortugno – i dipendenti venivano adibiti all'attività lavorativa in totale assenza di formazione sui rischi della mansione, senza essere dotati di tutti i presidi antinfortunistici obbligatori per legge. I luoghi di lavoro, soprattutto quelli che costituivano l'oggetto sociale dell'impresa, quali gli appezzamenti di terreno da coltivare ad ulivi e bergamotti, non erano stati sottoposti alla doverosa valutazione dei rischi e, di conseguenza, erano del tutto sprovvisti delle misure necessarie ad adeguatamente segnalare le zone di pericolo o ad inibirle o a bonificarle in maniera tale da ridurre al minimo il rischio per il dipendente».

Secondo il Tribunale di Locri «ad ulteriore riprova della diffusa illegalità che caratterizzava l'organizzazione imprenditoriale riferibile ai due imputati depone la circostanza che Caruso, nipote degli imputati e loro dipendente, per più anni era stato adibito in via principale ad una delle mansioni più pericolose, ossia quella di trattorista, nonostante fosse privo della relativa abilitazione di legge e, nonostante ciò, era stato comandato di procedere alla fresatura dei terreni nella tracotante convinzione che al nipote bastassero le conoscenze apprese empiricamente dai tempi dell'infanzia ed il “buon senso” per evitare gli specifici fattori di rischio di quell'area di lavoro, in particolare di quella su cui insistevano i tre filari di piante di agrumi in prossimità dei quali il giovane stava procedendo a fresatura poco prima del sinistro».

Una tragedia che, ad avviso dei giudici, poteva essere evitata. «L'adozione delle misure di tutela individuabili, anche solo per via intuitiva, avrebbe con ragionevole probabilità evitato la verificazione dell'evento – si legge nelle motivazioni della sentenza – poiché avrebbe assicurato al trattorista un riferimento certo per impostare la manovra orientandosi correttamente nello spazio rispetto alle vicine zone di pericolo».