Il volume pubblicato da Città del Sole Edizioni esplora fragilità adolescenziali, legami familiari e lutti attraverso una scrittura intensa e ruvida
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C'è un momento, leggendo Camera Oscura di Mario Alberti (Città del Sole Edizioni, 2026), in cui si smette di cercare la trama e si comincia a cercare la voce. È un'operazione che l'autore sembra chiedere fin dalle prime righe della sua nota introduttiva, dove confessa senza sconti che chi scrive, scrive sé stesso. Ed è proprio questo il patto che stringe con il lettore: sette racconti — lunghi, densi, quasi romanzi compressi — che non raccontano vicende quanto piuttosto stati d'animo colti nell'istante in cui precipitano.
Il titolo non è un vezzo. La camera oscura è metafora dichiarata del futuro, per tutti noi una camera oscura, ma è anche il principio costruttivo dei racconti stessi: immagini che si formano lentamente, capovolte, prima di trovare a fatica un fuoco. In Fiele, il racconto d'apertura, un vecchio contadino calabrese ripercorre — tra insonnia, sensi di colpa e un dopoguerra mai davvero chiuso — una violenza che lo perseguita da una vita intera.
Da lì la raccolta si apre a registri diversi. Il coniglio rosa e Mentre dormo si spostano su un'adolescenza fragile, esposta agli specchi dei social e ai turbamenti del corpo che cresce; Il mansionario e L'errore tornano invece a un Sud fatto di famiglie allargate, cortili condivisi, zii ingombranti e ritorni mai del tutto risolti. Il trittico centrale — Le rette parallele, Partitura doppia, A due voci — gioca con punti di vista che si sfiorano senza mai incontrarsi davvero, un'architettura narrativa che è la cifra più ambiziosa del libro. Chiude Teo, forse il racconto più straziante: la voce di un'insegnante che rielabora, in classe e fuori, la morte di un adolescente che aveva provato ad accogliere. Qui Alberti trova una frase che da sola vale il racconto: «Teo abbandonò la mia vita lasciando una buona eredità». Lo stile di Alberti non cerca la levigatezza. Le frasi si allungano, tornano su sé stesse, indugiano su un dettaglio fisico o dialettale prima di sferzare con un'immagine improvvisa. È una scrittura che rifiuta l'eleganza a tutti i costi in favore di una verità più ruvida, più vicina al parlato interiore dei suoi narratori — spesso donne, spesso voci segnate da un lutto o da un rimorso che precede la pagina. Se un limite si può indicare, è proprio nella lunghezza di alcuni racconti, che a tratti si dilatano in digressioni che rallentano la tensione emotiva costruita nelle pagine precedenti; lo stesso autore, del resto, ammette in apertura che ciascun testo avrebbe rappresentato agevolmente lo spunto per un romanzo. Ma è anche questa dilatazione a rendere Camera Oscura un libro che non si consuma in fretta: costringe a rallentare, a restare nel buio della stanza finché l'immagine non si forma. Un libro, dunque, di voci ferite ma non arrese, che conferma Alberti narratore capace di tenere insieme la cronaca minuta della provincia calabrese e le domande più grandi — sulla colpa, sulla memoria, sul tempo che passa — senza mai alzare la voce. Il libro sarà presentato il prossimo 6 novembre nella Mediateca di Cinquefrondi e a seguire, il 13 novembre a Catanzaro presso la libreria Coriolano.

