Dal 10 al 18 agosto, nella palestra della Scuola De Zerbi, le loro opere si sono ritrovate ancora una volta nello stesso spazio. E proprio la vicinanza ha reso più evidenti le differenze: Simonetta racconta attraverso un segno figurativo, fitto e minuzioso; Putrino procede maggiormente per sintesi, lasciando spazio alla sensazione e alla contemplazione
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«Due amici d’infanzia, la stessa passione per la natura, la pittura e la pirografia, ma due modi differenti di trasformare ciò che vedono e sentono in un’opera. Dal 10 al 18 agosto – si legge nella nota stampa - la palestra della Scuola De Zerbi di Palmi ha ospitato la mostra di Enzo Simonetta e Giovanni Putrino, riunendo due percorsi che si affiancano e dialogano mantenendo ciascuno la propria identità.
Simonetta e Putrino sono amici fin da ragazzi. Sono cresciuti condividendo soprattutto l’amore per la natura, intesa nel suo significato più ampio. Entrambi amano la caccia, ma il loro rapporto con boschi e campagne non si esaurisce nell’attività venatoria. C’è il piacere di stare all’aperto, osservare un animale, fermarsi davanti a un paesaggio o soffermarsi persino su una pietra cercando in essa qualcosa di particolare.
Una sensibilità comune dalla quale, nel tempo, sono nati due linguaggi molto diversi. Ed è proprio qui che si trova una delle chiavi della mostra: quando la natura passa dall’occhio alla mano, Simonetta e Putrino prendono strade differenti, senza che una cerchi mai di prevalere sull’altra.
Enzo Simonetta possiede un linguaggio fortemente figurativo e narrativo. La sua passione per l’arte nasce nell’infanzia e prosegue con la frequentazione dell’Istituto d’Arte. Pittura, bassorilievo e altre tecniche hanno fatto parte del suo percorso, fino all’incontro con la pirografia, avvenuto circa dieci anni fa dopo aver visto alcuni lavori realizzati da un amico.
Il suo rapporto con la creazione artistica trova inoltre una delle sue espressioni più profondamente legate all’identità palmese nella Varia di Palmi, della quale Simonetta è costruttore e artista. Un impegno nel quale manualità, esperienza e sensibilità creativa si incontrano con una delle tradizioni più rappresentative della città, aggiungendo un ulteriore tassello a un percorso che spazia tra differenti forme e materiali.
«Ritengo che sia una tecnica bellissima, perché ti dà soddisfazione anche nel realizzare le opere», racconta Simonetta a proposito della pirografia, nella quale ha trovato anche un terreno continuo di sperimentazione.
Nelle opere esposte alla De Zerbi il pirografo viene utilizzato quasi come una matita capace di incidere il legno attraverso il calore. Linee, tratteggi e differenti intensità di bruciatura costruiscono figure, ombre e profondità. Simonetta ama soffermarsi sul particolare: il piumaggio degli uccelli, il pelo di un cane, la vegetazione, i volti, gli abiti e le architetture. Il dettaglio, tuttavia, è soprattutto uno strumento per raccontare.
Uno dei nuclei più riconoscibili della sua produzione è quello che lo stesso autore definisce “come eravamo una volta”. Sul legno riaffiorano mestieri e gesti quotidiani appartenenti a un mondo profondamente cambiato: il calzolaio, il ciabattino, i pastori, le donne che raggiungevano fontane, vasche e ruscelli per lavare i panni.
Nella pirografia dedicata alle lavandaie, due donne chine sull’acqua sono immerse nella vegetazione. Proprio quest’opera consente di osservare un'altra caratteristica di alcuni lavori di Simonetta: l’inserimento selettivo del colore. I bruni prodotti dalla bruciatura convivono con tonalità applicate sugli abiti e sull’ambiente naturale. L’autore precisa che non si tratta di un semplice abbellimento: il colore viene utilizzato quando sente la necessità di mettere maggiormente in risalto un elemento della composizione.
Tra le opere più significative compare poi la scena ambientata a Scilla. Un padre procede sull’asino con i bambini trasportati nelle ceste, mentre la madre segue il gruppo. Sullo sfondo compare il Castello Ruffo. Simonetta attribuisce a questa immagine un significato preciso: ricchezza e povertà. Da una parte la presenza imponente del castello, dall’altra la semplicità dei mezzi della gente comune e i sacrifici delle famiglie, con genitori che, pur disponendo di poco, si preoccupavano di accompagnare i propri figli a scuola.
È in opere come questa che il carattere narrativo del suo stile diventa più evidente. Simonetta non recupera le immagini del passato soltanto per riprodurle: cerca di conservarne la storia e il significato umano.
Molto presente è anche il mondo naturale e venatorio. In una delle pirografie un cane occupa gran parte della composizione mentre trattiene una beccaccia: il segno insiste sul piumaggio dell’uccello, sul muso dell’animale e sulla vegetazione circostante. Altre opere raccontano uccelli nel sottobosco, scene di caccia e figure immerse nella natura. Sono soggetti che appartengono direttamente alla vita dell’autore, appassionato di boschi, funghi e caccia.
Anche Palmi entra nel suo repertorio. Lo Scoglio dell’Ulivo e il paesaggio costiero vengono restituiti attraverso il segno caldo della pirografia, mantenendo riconoscibile la fisionomia dei luoghi.
Accanto alla natura e alla memoria trova spazio la dimensione religiosa. Simonetta ha realizzato soggetti dedicati alla Natività, a Padre Pio e a San Rocco. Proprio un'opera dedicata a San Rocco, nel 2008, gli ha consentito di ottenere il primo premio in un concorso di Arte Sacra, distinguendosi tra circa ottanta concorrenti.
Quel soggetto ha per lui anche un valore personale. Simonetta è portatore di San Rocco e vive con grande devozione il rapporto con il Santo: «Sono un portatore di San Rocco e giorno 16 sono stato sotto la paletta di San Rocco e lo porto con grande devozione».
Di fronte alla precisione narrativa di Simonetta, Giovanni Putrino percorre una strada differente, più essenziale e contemplativa. Lui stesso preferisce non definirsi artista e parla della propria attività come di una passione, qualcosa «che viene da dentro».
Anche Putrino ha iniziato prestissimo a disegnare. «Da ragazzino ho sempre avuto la matita in mano», ricorda. Crescendo, però, quella matita sarebbe diventata soprattutto uno strumento per il disegno tecnico legato al lavoro. La pittura è arrivata più tardi, dopo i trent’anni, grazie a una richiesta della moglie: realizzare un quadro.
Putrino non aveva mai utilizzato un pennello. Comprò una tela e dipinse una maternità a olio, opera che ancora oggi conserva in casa. Da quel momento la pittura è diventata anche un modo per ritrovare la natura quando non poteva essere fisicamente immerso in essa. Davanti alla tela poteva tornare idealmente nel bosco o fermarsi nuovamente a osservare un animale.
Non cerca una definizione precisa per il proprio stile. Non ha avuto un maestro e preferisce parlare di qualcosa che avviene spontaneamente, cercando di far seguire alla mano ciò che vede e ciò che immagina.
Le opere esposte aiutano a comprendere questa disposizione. Putrino tende spesso a sottrarre dove Simonetta tende ad aggiungere dettagli. Le sue figure possono diventare presenze raccolte all’interno di spazi più ampi e il vuoto acquista un peso preciso nella composizione.
In una delle opere una figura seduta di spalle osserva un paesaggio aperto. L’azione quasi scompare e rimane il rapporto silenzioso tra la persona e ciò che ha davanti. Anche nell’opera dedicata agli uccelli sull’acqua prevale l’essenzialità: poche sagome in volo, altre sulla superficie, la vegetazione ridotta quasi a una linea e molto spazio lasciato libero.
Particolarmente suggestiva è la sua interpretazione dello Scoglio dell’Ulivo, rappresentato come se fosse osservato attraverso una finestra aperta. Le ante diventano una cornice interna all’opera e trasformano uno dei paesaggi più riconoscibili di Palmi in una veduta intima. In basso, una piccola figura e una barca rafforzano il senso di quiete della composizione.
È interessante osservare come lo stesso paesaggio possa entrare nell’immaginario di entrambi e uscirne completamente trasformato. Simonetta tende a descriverlo e costruirlo attraverso il segno; Putrino sembra cercarne soprattutto l’atmosfera.
Anche Putrino si è avvicinato alla pirografia, in realtà qualche anno prima dell’amico. I primi tentativi nacquero utilizzando addirittura un saldatore elettrico. A conquistarlo fu il rapporto con il materiale: lavorare sul legno significava toccare qualcosa proveniente dalla natura, osservarne le venature e cercare di seguirle dando loro un senso.
Quando Simonetta gli raccontò di avere cominciato a pirografare, i due scoprirono di avere trovato un altro terreno comune. Si mostrarono i rispettivi lavori, si scambiarono opinioni e continuarono ciascuno nella propria direzione.
Il confronto non è mai diventato competizione.
«Assolutamente no, lo facciamo perché c’è una passione», afferma Putrino. E quando parla dell’amico non esita a riconoscerne il valore: «Lui lo definisco artista», mentre per sé continua a utilizzare con semplicità la parola hobby.
È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione nella palestra della De Zerbi. Le affinità tra i due non hanno mai prodotto imitazione. Hanno condiviso l’amore per la natura, la pittura, la pirografia e tanti anni di amicizia, ma hanno mantenuto due identità riconoscibili.
Putrino conserva inoltre una dimensione molto privata del proprio lavoro. Ha realizzato anche soggetti sacri e opere dedicate agli affetti, ma alcune non sono state portate in mostra per una scelta precisa. La maternità realizzata per la moglie o un'opera dedicata alla figlia, ad esempio, appartengono secondo lui al luogo nel quale sono nate e acquistano il loro significato proprio all’interno di quello spazio familiare.
La mostra ha rappresentato anche un ritorno. Simonetta e Putrino avevano già esposto insieme oltre trent’anni fa, in un'esperienza che Putrino ricorda come particolarmente impegnativa e molto seguita. Poi sono arrivati il lavoro e gli impegni della vita quotidiana. Gli incontri si sono diradati: possono passare mesi, talvolta anche molto tempo, senza vedersi. Ma il legame costruito da ragazzi è rimasto.
Dal 10 al 18 agosto, nella palestra della Scuola De Zerbi, le loro opere si sono ritrovate ancora una volta nello stesso spazio. E proprio la vicinanza ha reso più evidenti le differenze: Simonetta racconta attraverso un segno figurativo, fitto e minuzioso; Putrino procede maggiormente per sintesi, lasciando spazio alla sensazione e alla contemplazione.
La natura li avvicina, il modo di guardarla li distingue. La pirografia offre loro lo stesso materiale, ma le mani seguono direzioni differenti. Dopo oltre trent’anni dalla loro prima esperienza espositiva insieme, Enzo Simonetta e Giovanni Putrino hanno così riportato le proprie opere fianco a fianco, dimostrando come due stili diversi possano incontrarsi, confrontarsi e rispettarsi senza avere mai bisogno di competere», conclude la nota stampa.

