Tre vite intrecciate e divise, un improbabile guru alla guida di una setta che cerca la luce e tre donne che si preparano al parto in un corso che pare non preparare a nulla sono i protagonisti straniati e stranianti delle tre commedie teatrali firmate da Bernardo Migliaccio Spina – “Tre è già una folla”, “L'illuminazione” e “Niente è pronto” – appena pubblicati nel libro “Niente di definitivo” , che a breve andranno in scena.

Una nuova declinazione dell'arte visionaria e introspettiva del regista e scrittore calabrese, fondatore di LocriTeatro, docente della Scuola Cinematografica della Calabria, autore di film dalla dimensione antropologica come “Malanova, storia di amore e magia”, o di denuncia sociale come “L'uomo del gas”, e ancora di cortometraggi premiati nei più importanti festival cinematografici e del romanzo “Coraìsime” (edito Rubbettino).

Per il teatro ha messo in scena, tra gli altri, grandi autori come Sofocle, Alvaro, Pirandello, Benni: riletture contemporanee di opere in cui l'uomo attraversa i tempi portando con sé un'essenza primordiale e archetipa, che colpisce con la forza di verità scomode, inaccettabili perché alla fine comuni a tutti.

Di recente ha diretto “La segretaria” di Natalia Ginzburg, con Giulia Palmisano, Marilena Futia e Carmen Ferraro. Migliaccio Spina racconta tra parole e immagini sempre da un’angolazione non scontata, con la capacità di scuotere spettatori e lettori, coinvolti dalle suggestioni di una rappresentazione del reale che riesce a essere, al tempo stesso, cruda, poetica e onirica, pure cinica, a tratti, sempre filtrata da uno sguardo dolente.

Perché “Niente di definitivo”? Cosa lega questi tre spettacoli che paiono così diversi tra di loro?

«“Niente di definitivo” nasce da una convinzione profonda: l’identità, le idee, persino le ferite non sono mai immobili. I tre spettacoli sono legati da questa tensione continua tra ciò che crediamo di essere e ciò che, inevitabilmente, cambia. Sono tappe di un percorso, non punti d’arrivo: dialogano tra loro perché condividono uno sguardo instabile sul presente, sull’individuo e sulle sue contraddizioni».

Nell’introduzione si legge che la comicità è una forma di resistenza, cosa s’intende?

«La comicità, per me, è resistenza perché scardina il linguaggio del potere, ne svela le rigidità. Ridere non è evasione: è un atto critico. La risata interrompe il flusso dell’abitudine, crea uno scarto, obbliga a guardare le cose da un’angolazione imprevista. In questo senso, far ridere è un gesto politico, anche quando non lo sembra».

In generale l’arte, che sia teatrale, cinematografica o narrativa, è anche mezzo di impegno civile. In che misura?

«Sì, lo è, ma nel mio caso non in modo didascalico. Credo in un impegno civile che passa attraverso le domande, non attraverso le risposte. Il teatro, il cinema, la scrittura possono creare spazi di complessità, sottrarsi alla semplificazione. Già questo, oggi, è una forma di impegno molto forte».

Dove e come nascono i suoi copioni?

«Nascono quasi sempre da un’inquietudine. Da qualcosa che non capisco, che mi disturba o che mi riguarda troppo da vicino. Poi arriva il lavoro: appunti sparsi, immagini, frammenti di dialogo. La scrittura vera comincia quando smetto di voler controllare tutto e lascio che i personaggi mi portino dove non avevo previsto».

Che forza ha il teatro oggi?

«Il teatro ha una forza fragile e potentissima allo stesso tempo. Non compete con la velocità del digitale, ma offre qualcosa che nessun altro mezzo può dare: la presenza. Corpi vivi, qui e ora, che condividono uno spazio e un tempo. In un’epoca di mediazioni continue, questo è un gesto radicale».

“Coraìsime”, uscito qualche anno fa, sostenuto dalla prefazione di uno scrittore controcorrente come Gioacchino Criaco, è molto apprezzato per lo stile narrativo e per i contenuti che rimandano ai romanzi di formazione, dove trovano spazio gli anni dell’adolescenza, la crescita, i cambiamenti. Di sicuro presenta molti spunti autobiografici, è così anche per i personaggi che si muovono sul palcoscenico?

«Nei miei personaggi c'è sempre qualcosa di me, ma non in senso confessionale. Sono deformazioni, maschere, possibilità. L'autobiografia non è raccontare la propria vita, ma usare la propria esperienza come materiale da trasformare. In scena mi interessa più la verità emotiva che la fedeltà ai fatti».

Pensa che il pubblico sia cambiato in questi anni, dai suoi esordi a oggi?

«Sì, è cambiato. È più frammentato, forse più stanco, ma anche più consapevole. Il pubblico oggi chiede autenticità, percepisce subito ciò che è costruito a tavolino. Questo rende il lavoro più difficile, ma anche più stimolante: non ci si può nascondere».

Ha in cantiere un nuovo romanzo?

«Sì, ci sto lavorando, ma senza fretta. È una scrittura che cresce lentamente, come se avesse bisogno di sedimentare. Per ora posso dire che dialoga molto con i temi che attraversano il mio lavoro teatrale: identità, memoria, trasformazione».