Il procuratore è partito dalle valutazioni della Cassazione che ha annullato la condanna all’ergastolo di Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone. Il magistrato ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per entrambi, accusati di essere tra i mandanti degli attentati e omicidi del 1993-1994 costati la vita ai carabinieri Fava e Garofalo
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«La verità non è quasi mai un approdo immediato. Più spesso come nel caso che ci impegna oggi è un cammino irregolare, fatto di deviazioni, di arretramenti, di sentieri che non riusciamo a immaginare fino in fondo, in cui ciò che appare lineare si rivela ingannevole, ciò che è nascosto resiste anche a lungo prima di svelare il suo vero volto».
Il procuratore Giuseppe Lombardo nell’ambito del processo ‘Ndrangheta stragista bis – ha aperto una requisitoria densa di riferimenti e richiami storici, davanti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, presieduta da Angelina Bandiera (a latere Katia Asciutto). Una ricerca della verità che non si arrende al tempo. «Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi di trovare». Con questa citazione di Eraclito di Efeso, Lombardo ha esordito affrontando “gli errori di valutazione” che, a suo dire, si annidano nelle motivazioni della Cassazione, che nel dicembre 2024 aveva annullato con rinvio la sentenza di primo grado all’ergastolo per Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra, e Rocco Santo Filippone, esponente della cosca Piromalli. Entrambi sono accusati di essere mandanti degli attentati contro i carabinieri, tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, culminati con l’omicidio degli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
«Dietro questa vicenda processuale ci sono delle vite spezzate ed altre incredibilmente non interrotte, anche se la finalità era quella che abbiamo visto proprio ricostruirsi davanti agli occhi di chi come voi oggi hanno un compito importante. Tutti siamo tenuti ad accettare la fatica del dubbio, la complessità delle cose umane, la difficoltà di ricordare a distanza di molti anni, ma siamo anche tenuti a considerare le evidenze processuali. che a volte sembrano distanti dalla realtà, soprattutto quando la realtà non è quella che per anni è stata raccontata». Una realtà coperta di menzogne per anni, secondo il procuratore.
Tra gli errori di valutazione anche quello relativo al “peso” dei collaboratori Antonino Lo Giudice e Consolato Villani. Non solo. Sottovalutate le intercettazioni che mostrano i collegamenti tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta e la strategia del terrore legata alle stragi.
Secondo il magistrato «la Suprema Corte ha travisato il senso profondo della convergenza mafiosa di quegli anni, isolando i fatti dal contesto strategico in cui maturarono: la stagione stragista come strumento di pressione verso lo Stato e come linguaggio comune tra Cosa nostra e ’Ndrangheta”. Lombardo ha sottolineato come «non si trattò di episodi autonomi, ma di tasselli di una stessa strategia eversiva, lucidamente perseguita per condizionare il futuro politico del Paese».
Nel suo lungo intervento, il pm ha richiamato l’attenzione della Corte su «quel filo invisibile che unisce Palermo a Reggio Calabria, passando per Roma e per i centri del potere economico e istituzionale». Ha aggiunto: «Quando si indaga davvero su quei rapporti, emerge una verità che non sempre è comoda, ma che è necessaria per comprendere il perché di certe scelte criminali e del silenzio che le ha accompagnate».
Rivolgendosi ai giudici, Lombardo ha ribadito: «Non si può smontare un impianto processuale solo perché i suoi contenuti disturbano un ordine apparente. Il diritto penale non vive di suggestioni, ma di riscontri, e qui i riscontri sono chiari, coerenti, convergenti». Ha poi richiamato le parole già pronunciate nel primo grado di giudizio: «Questo processo non riguarda solo chi sparò o ordinò di sparare, ma il sistema che rese possibile quella stagione di sangue».
Il procuratore ha quindi chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per entrambi gli imputati, sottolineando che «nulla è cambiato nei presupposti logici, probatori e giuridici della decisione impugnata. È cambiato, semmai, il modo in cui si sceglie di guardare alla verità».
La Corte d’appello ha rinviato il processo al 16 aprile, quando prenderà la parola la difesa di Graviano e Filippone. Sarà quella, presumibilmente, l’udienza conclusiva prima della decisione.

