Restano fermi sulle loro decisioni i manifestanti che continuano a spiegare i motivi delle contestazioni alla cittadinanza. Le testimonianze di chi trascorre la vita in strada. Intanto, oggi pomeriggio è stato fissato un vertice in Prefettura
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È sorta un’altra alba sui presìdi inscenati nel reggino dagli autotrasportatori. Una protesta pacifica, la loro, che da giorni continua a denunciare i rincari insostenibili del carburante e dei costi di gestione, che, dicono, «durano ormai da anni». In strada facce stanche, ma non dome. Negli occhi la dignità di chi sta puntando tutto sulla protesta per sbloccare una situazione «insostenibile». Le giornate sono lunghe e devono fare i conti anche con «l'indifferenza delle istituzioni» e la mancanza di una copertura mediatica nazionale adeguata. Gli autotrasportatori, ma non solo, fanno la spola tra i presidi di Gallico e Campo Calabro. Si sorreggono a vicenda, c’è chi porta il caffè, chi i cornetti. Una parola tira l’altra, si sorride e si condivide quello che si ha anche con le forze dell’ordine che devono garantire nessuno stop al traffico veicolare. Si formano dei capannelli spontanei. Servono anche a spiegare agli automobilisti che patiscono il disagio che il loro lavoro è fondamentale per garantire i beni essenziali alla cittadinanza, anche se le misure economiche proposte dal governo vengono considerate insufficienti e una «vera presa in giro» di fronte a una crisi che mette a rischio la sopravvivenza stessa delle famiglie e delle aziende. Non tutti capiscono e sono solidali, ma loro non demordono e si preparano all’incontro di questo pomeriggio, fissato per le 18 in Prefettura a Reggio.
Rocco La Valle, che tutti ricorderanno già nelle vesti di sindaco del Comune di Villa San Giovanni, è al presidio di Gallico con la stessa determinazione degli autotrasportatori, di cui è un autorevole rappresentante con la sua azienda. Chiarisce subito che il blocco dei trasporti non nasce dalla ricerca di profitti o vantaggi, ma dalla pura impossibilità di proseguire l'attività: «Noi non ci siamo fermati per avere un aumento o per rivendicare chissà quale condizione vantaggiosa. Noi abbiamo una necessità, per noi è vitale avere qualcosa per poter continuare a effettuare il servizio di trasporto per tutta la città».
La Valle spiega che la protesta era stata posticipata per anni per senso di responsabilità «verso la nazione», ma che ormai «partire significa aumentare i debiti dei trasportatori». Rivendica quindi l'importanza centrale del lavoro svolto dalla categoria per la collettività, affermando: «siamo noi quelli che portiamo le medicine negli ospedali, l'acqua nelle case, la farina nei forni».
Per lui, i rincari del petrolio hanno rappresentato solo «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Un vaso ormai colmo che però si cerca di rintuzzare con una protesta dal carattere rigorosamente pacifico, contrapposta agli episodi di violenza accaduti in altre città italiane come Milano: «è una protesta pacifica e civile che avrebbe dovuto trovare una risposta nazionale sui media e sulla stampa», dice ringraziando i media locali e regionali per il sostegno ricevuto e per la visibilità data ai presidi. «Quello che chiediamo non è un vantaggio – è il suo ultimo accorato appello -. Quello che chiediamo è la sopravvivenza».
Emilio: «Dal Governo solo una presa in giro»
La mobilitazione, e quindi i presidi fissi, continuerà a oltranza «fino a quando non arriveranno risposte concrete e definitive» per permettere ai lavoratori di continuare a operare dignitosamente. Lo conferma al presidio di Campo Calabro anche Emilio Tripodo, autotrasportatore, che senza mezzi termini afferma: «Il presidio resta a vita, non a oltranza». Aggiunge che la Questura ha concesso l'autorizzazione a stazionare con i mezzi fino a domenica 25, ma anche che se le cose non cambiano si protrarrà fino al 27 giorno dell’incontro fissato dal Governo, verso il quale la sfiducia in questo momento è pari a zero: «solo una presa in giro» dice rifiutando la misura del credito d'imposta da 480 milioni di euro. Al contrario, la richiesta della categoria è netta: «quello che noi chiediamo, subito, è una risposta definitiva in tempi brevissimi con l'abbassamento dei costi del gasolio».
Emilio sottolinea che come autotrasportatori «non siamo in condizioni di pagare il gasolio a 2,40 euro» e denuncia l'anarchia nei prezzi dei carburanti, che dovrebbero essere calmierati e trasparenti al pari di altri beni sottoposti a monopolio statale. L’esperienza di una vita passata sulla strada gli fa ripercorrere i sacrifici personali, lontano dalla famiglia per garantire l'approvvigionamento dei beni primari in giro per lo stivale. Spiega che i meccanismi di compensazione come il contributo "Fuel Gasolio" sono del tutto insufficienti, portando a perdite nette quotidiane per i conducenti: «io a fine giornata vado a rimettere 70 euro a mezzo, come minimo» e riflette amaramente sul destino della protesta denunciando il disinteresse dei media nazionali, ma anche dei colleghi del Nord Italia: «i sacrifici sostenuti al Sud rischiano di portare benefici a chi non sta protestando».
Il disagio delle marinerie: «Siamo in emergenza dal 2022»
Cristian De Domenico, in rappresentanza della Federazione Armatori Calabria (in sinergia con la Federazione Armatori Sicilia), illustra le ragioni della protesta del comparto della pesca e delle marinerie. Spiega che le difficoltà non nascono oggi, ma proseguono ininterrottamente con i rincari del carburante agricolo seguiti al conflitto russo-ucraino: «Il nostro problema non parte da oggi perché noi siamo ormai in una situazione emergenziale dal 2022 dato che il costo del carburante agricolo per la marineria non è aumentato solo oggi ma ha già un aumento dopo l'invasione russa nei confronti dell'Ucraina».
Ma di più, difronte al «silenzio mediatico», annuncia un cambio di passo nella protesta: oltre al presidio fisico, la categoria starebbe avviando una «mobilitazione fiscale». D’altra parte l'aumento dei costi vivi e della logistica sta mettendo in ginocchio i pescatori, costretti ad affrontare una doppia tassazione sui costi di navigazione e sul trasporto del pescato: «Il costo è passato da 0,90 a 1,30 euro al chilo», mettendo le marinerie di fronte a una drammatica alternativa. «Siamo arrivati a dei costi talmente alti che – afferma - purtroppo dobbiamo decidere se riuscire a pagare le tasse o riuscire a mangiare».
Ma per le Marinerie, alla crisi energetica si aggiunge anche la concorrenza sleale dei prodotti ittici importati dall'estero (Africa, Tunisia, Marocco, Senegal, Perù) a prezzi stracciati. De Domenico critica duramente sia la politica per aver nominato amministratori che «di mare non ne capiscono niente», sia l’agire dei sindacati, che hanno puntato solo ad un minimo incremento delle quote tonno. Infine, rimarcando che il prezzo del gasolio agricolo ha toccato 1,56 € e quello su gomma ha superato i 2,19 € con picchi fino a 2,50, si rivolge direttamente alle istituzioni: «Adesso, io domando alla politica, ora che vi siete messi in questo cul-de-sac come ne uscite? Perché la domanda è, al di là della propaganda che ci date i 100 milioni da dividere alla marineria, che non è niente, come ne uscite per garantire a noi la possibilità di continuare a lavorare, visto che comunque voi comprate estero?»
Rocco: «Vedo i miei figli non ridere più»
Tra i manifestanti c’è anche Rocco Ligato, autotrasportatore in pensione con 50 anni di storia aziendale ereditata dal padre e trasmessa ai figli, che non ha la minima intenzione di mollare, confermando la sua partecipazione ai presidi reggini fino almeno giorno 27. Rocco spiega anche un altro paradosso, quello secondo il quale interrompere i viaggi è diventato l'unico modo per limitare i danni economici: «Stando fermi noi non è che guadagniamo, facciamo meno danni, perché i costi sono esageratissimi, le aziende si trovano ormai con le spalle al muro a causa dell'aumento dei costi del carburante e dei contributi fiscali».
La sua è una testimonianza toccante, anche per l'impatto psicologico e familiare che questa protesta, o meglio i motivi di questa protesta, gli sta facendo vivere tra le mura domestiche, soprattutto guardando ai figli che hanno rilevato la gestione dell'impresa: «Io ho tre figli, se mi permettete di dirlo in questa intervista. Uno fa lo chef in Francia ed è una persona normalissima, non che gli altri non siano normali, ma loro, io non li vedo ridere più, il grande e il piccolo, perché le problematiche ci stanno portando anche a toglierci la voglia di ridere. Ripeto, spero per loro, per i ragazzi che stanno crescendo, per tutte le aziende a livello nazionale, che si risolva questo problema, perché siamo al punto di non ritorno»
Da qui la richiesta di concretezza alla politica: «Io di politica non me ne intendo ma i governanti devono governare le nostre problematiche, non devono fare i politici».

