«L’Unci è stata invitata dalla Direzione Generale dei rapporti di lavoro e delle Relazioni industriali il 2 febbraio scorso in merito alla Direttiva Ue 2023/970 che introduce in nuovo quadro europeo volto a rafforzare il principio della parità retributiva tra uomini e donne per lo stesso lavoro o per lavoro di pari valore.

La Direttiva – dichiara in una nota stampa la presidente di Nuova Unci Calabria, Lidia D. Chiriatti – è pensata per tutte le imprese, ma ha impatti differenziati per dimensione aziendale. Per le Pmi e le cooperative di media dimensione (50-249 dipendenti), il legislatore ha previsto obblighi graduali ma comunque significativi.

Con lo schema di decreto legislativo di attuazione della Direttiva Ue 970/2023, approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri n. 159 del 5 febbraio 2026, è avviata l'introduzione di un sistema organico e strutturato di trasparenza retributiva, destinato a valorizzare l'organizzazione del lavoro, le politiche salariali delle imprese e le tutele giurisdizionali contro le discriminazioni di genere.

Le nuove norme non costituiscono soltanto il recepimento della Direttiva cd. Pay transparency, ma (ri)affermano la parità di retribuzione tra uomini e donne non più soltanto come principio costituzionale o dichiarazione di intenti affidata alla contrattazione collettiva, ma quale corollario di obblighi specifici per le aziende per rendere effettiva la prescrizione della parità di trattamento per uomini e donne, innanzi tutto con riferimento all'elemento retributivo.

La vera novità del decreto è il cambio di paradigma. Non ci si limita a vietare le discriminazioni retributive, ma si impone ai datori di lavoro un obbligo diffuso di trasparenza, conoscibilità e verificabilità dei sistemi salariali adottati, che devono garantire una sostanziale indifferenza rispetto al genere.

Già nella fase di accesso al lavoro, i candidati dovranno ricevere informazioni chiare e neutrali sul trattamento economico previsto per la posizione offerta. Gli annunci e i bandi di selezione dovranno indicare il livello retributivo iniziale o la relativa fascia, mentre viene espressamente vietato chiedere informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti di lavoro o comunque acquisirle, con qualsiasi modalità, anche indiretta, per il tramite dei soggetti ai quali sia affidata la fase di selezione o assunzione. La previsione, evidentemente preordinata a garantire il rispetto dei canoni di parità prefissi dalla Direttiva, è destinata a incidere sulle prassi più diffuse del mercato del lavoro e a spezzare il meccanismo di “trascinamento” delle disuguaglianze salariali lungo le carriere professionali.

Un altro momento fondamentale del decreto è il riconoscimento di un diritto soggettivo all'informazione retributiva. I lavoratori potranno richiedere, anche tramite le rappresentanze sindacali o gli organismi di parità, su specifica delega loro conferita, le informazioni sui livelli retributivi medi – distinti per genere – delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.

Infine, il decreto sancisce un principio dirompente per la cultura giuslavoristica italiana: non possono essere imposte clausole di riservatezza sulla retribuzione individuale. Il lavoratore è libero di rendere nota la propria paga, se ciò è funzionale alla tutela del diritto alla parità salariale.

Sul piano delle tutele, il decreto rafforza il quadro già previsto dal Codice delle pari opportunità: i lavoratori potranno infatti agire in giudizio non solo individualmente, ma anche tramite sindacati, organismi di parità e associazioni legittimate. Viene inoltre rafforzata la protezione contro le ritorsioni: qualsiasi trattamento sfavorevole subito dal lavoratore per aver esercitato il diritto alla parità retributiva o per aver sostenuto un'altra persona nella tutela di tali diritti, oltre che sanzionabile, potrà essere tutelato attraverso il procedimento rafforzato già previsto dal Codice per le pari opportunità (D.Lgs. 198/2006).

A completare il sistema, il decreto istituisce presso il Ministero del Lavoro un organismo di monitoraggio con funzioni di raccolta, analisi e pubblicazione dei dati sul divario retributivo di genere. Un osservatorio permanente, con la partecipazione delle parti sociali e degli enti istituzionali, chiamato a dialogare anche con le istituzioni europee e con Eurostat.

La trasparenza, in questo modello, diventa anche uno strumento di accountability pubblica: imprese, settori e territori potranno essere comparati, rendendo visibile ciò che finora è rimasto spesso sommerso.

Il recepimento della Dir. Ue 970/2023 (da completare entro il 6 giugno 2026) segna dunque un passaggio culturale prima ancora che giuridico. La parità salariale non viene più affidata solo alla buona volontà delle imprese o alla capacità reattiva del sistema giudiziario, ma viene costruita attraverso regole di trasparenza, partecipazione e responsabilizzazione.

Resta ora la sfida dell'attuazione concreta. Molto dipenderà dal ruolo della contrattazione collettiva e dalla capacità degli attori del mercato del lavoro di utilizzare questi strumenti non come meri adempimenti burocratici, ma come leve di equità e qualità del lavoro. Per tali ragioni la Federazione regionale dell’Unci intende adempiere fattivamente alla chiamata di guidare le proprie associate verso un percorso di adeguamento, prevenzione e valorizzazione, trasformando un obbligo normativo in un’opportunità di crescita organizzativa e reputazionale

Se questo cambio di passo sarà effettivo, la trasparenza retributiva potrà diventare uno dei pilastri di un nuovo equilibrio tra competitività delle imprese e giustizia sociale», conclude la presidente di Nuova Unci Calabria, Lidia D. Chiriatti.