Nella nostra regione ci sono 782mila pensionati a fronte di circa 562mila lavoratori. A Cosenza il saldo negativo supera le 66mila unità. Un dato che si inserisce in un quadro nazionale caratterizzato dal progressivo invecchiamento della popolazione e dalla diminuzione delle nascite
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La Calabria fa i conti con uno squilibrio sempre più evidente tra occupazione e pensioni. Nel 2025, secondo l’analisi dell’Ufficio studi della CGIA, elaborata su dati Inps e Istat, nella regione risultavano 782.031 pensioni vigenti a fronte di 561.682 occupati, con un saldo negativo di 220.349 unità. Un divario che colloca la Calabria tra le realtà più in difficoltà del Paese e riporta al centro il tema della sostenibilità del sistema previdenziale, del lavoro e del ricambio generazionale.
Il dato regionale si inserisce in un quadro nazionale caratterizzato dal progressivo invecchiamento della popolazione e dalla diminuzione delle nascite. Nel 2025, in Italia, a fronte di 24,1 milioni di occupati sono state erogate oltre 23,1 milioni di pensioni: un rapporto ormai prossimo a quello di un pensionato per ogni lavoratore. Negli anni Ottanta, invece, il rapporto era di circa tre occupati per ogni pensionato.
Una trasformazione demografica che rischia di avere conseguenze profonde soprattutto nei territori in cui il mercato del lavoro è già fragile e le opportunità occupazionali non sono sufficienti ad assorbire le nuove generazioni.
Reggio Calabria è la provincia più in difficoltà d’Italia
È proprio dalla Calabria che arriva uno dei segnali più preoccupanti dell’intera rilevazione. La Città metropolitana di Reggio Calabria presenta il saldo peggiore tra le 102 province monitorate, con 232.109 pensioni e 141.741 occupati: la differenza è negativa per 90.368 unità.
Un risultato che colloca il territorio reggino al primo posto nazionale per squilibrio tra pensioni e lavoratori attivi, davanti a Taranto, che registra un saldo di -87.189, e Lecce, con -85.508. Subito dopo si trova Messina, con -76.936.
La situazione evidenzia le difficoltà strutturali di un territorio in cui la debolezza dell’occupazione regolare si intreccia con l’invecchiamento della popolazione e con una significativa presenza di prestazioni assistenziali e di invalidità. Secondo la CGIA, il numero elevato di pensioni nel Mezzogiorno non è infatti riconducibile soltanto agli assegni di vecchiaia e anticipati, ma anche alla diffusione dei trattamenti assistenziali.
Da Cosenza a Vibo Valentia, il divario interessa tutta la regione
Lo squilibrio non riguarda soltanto Reggio Calabria, ma coinvolge tutte le province calabresi. I dati del 2025 mostrano un quadro negativo lungo l’intero territorio regionale.
A Cosenza si contano 277.162 pensioni e 210.357 occupati, con un saldo di -66.805 unità. È il secondo divario più ampio della Calabria in termini assoluti, dopo quello reggino.
A Catanzaro, invece, le pensioni sono 141.605, mentre gli occupati si fermano a 111.752. Il saldo negativo raggiunge così quota 29.853.
Situazione ancora più critica, in proporzione al numero degli occupati, a Crotone, dove a 66.299 pensioni corrispondono 47.373 lavoratori attivi: il divario è pari a -18.926.
A Vibo Valentia il saldo è negativo per 14.399 unità, con 64.856 pensioni e 50.457 occupati.
La fotografia restituisce dunque una difficoltà diffusa, che assume dimensioni differenti a seconda del territorio ma ha una matrice comune: una base occupazionale insufficiente rispetto al numero delle prestazioni pensionistiche erogate.
Calabria, entro il 2029 attese 75.400 uscite dal lavoro
A rendere il quadro ancora più delicato sono le prospettive dei prossimi anni. Tra il 2025 e il 2029, secondo le stime riportate dalla CGIA sulla base dei dati Unioncamere e del Ministero del Lavoro, in Calabria la domanda di sostituzione riguarderà circa 75.400 persone.
Si tratta di lavoratori destinati a lasciare progressivamente il mercato del lavoro, soprattutto per effetto del pensionamento. Di questi, 27.600 saranno dipendenti privati.
Il dato regionale rappresenta una parte del fenomeno che interesserà l’intero Paese: nello stesso periodo, le uscite previste saranno circa 3,042 milioni, di cui oltre 1,6 milioni riguarderanno dipendenti privati.
Per le imprese calabresi, la questione non si limiterà alla necessità di sostituire numericamente chi andrà in pensione. Sarà fondamentale reperire figure professionali con competenze adeguate, soprattutto nei settori tecnici, artigianali, manifatturieri e delle costruzioni. In un mercato del lavoro caratterizzato da una partecipazione ancora insufficiente, la difficoltà di trovare personale rischia di rallentare l’attività produttiva e limitare le possibilità di crescita.
L’invecchiamento dei lavoratori e la sfida delle imprese
C’è poi un altro indicatore che merita attenzione. Nel 2024, in Calabria, gli over 50 rappresentavano il 29,8% dei dipendenti privati, una delle percentuali più basse in Italia, a pari merito con il Trentino-Alto Adige.
Il dato, apparentemente meno critico rispetto a quello di altre regioni, non cancella il problema del ricambio generazionale. Al contrario, evidenzia quanto sia importante accompagnare l’uscita dei lavoratori più anziani con l’ingresso di giovani preparati e pronti a raccoglierne competenze ed esperienze.
Per le piccole e micro imprese, che costituiscono una componente importante del tessuto produttivo calabrese, la carenza di personale può tradursi in una minore capacità di produzione, difficoltà nel mantenere figure professionali strategiche e maggiore fragilità organizzativa.
La sfida, quindi, non è soltanto demografica o previdenziale: riguarda direttamente la tenuta del sistema economico regionale.
Il quadro nazionale: quasi una pensione per ogni occupato
Allargando lo sguardo all’Italia, il rapporto tra lavoratori e pensionati si avvicina sempre più alla parità. Nel 2025, a fronte di 24.117.235 occupati, le pensioni vigenti erano 23.181.898, con un saldo nazionale positivo di 935.337 unità.
Ma il dato complessivo nasconde profonde differenze territoriali. Soltanto 54 delle 102 province considerate nell’analisi registrano un numero di occupati superiore a quello delle pensioni. Le restanti presentano un saldo negativo.
Tra le province con i risultati migliori figurano Milano, con un saldo positivo di 420.696 unità, e Roma, con +361.548. All’estremo opposto si colloca Reggio Calabria, seguita da Taranto e Lecce.
A livello regionale, il Mezzogiorno presenta complessivamente 7.416.945 pensioni e 6.535.237 occupati, con una differenza negativa di 881.708 unità. Tutte le regioni meridionali registrano un saldo sfavorevole.
La situazione più critica è quella della Puglia, con -263.020, seguita dalla Calabria con -220.349 e dalla Sicilia con -186.462. Anche Campania e Sardegna presentano saldi negativi, rispettivamente di -102.812 e -66.443.
Il fenomeno, tuttavia, non risparmia completamente il Centro-Nord: Liguria, Marche e Umbria registrano anch’esse più pensioni che occupati.
La spesa pensionistica salirà a 388,6 miliardi nel 2029
A preoccupare è anche l’andamento della spesa previdenziale. Secondo le stime della CGIA, nel 2026 la spesa pensionistica è destinata a raggiungere 351,8 miliardi di euro, con un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente.
Entro il 2029, a legislazione vigente, l’importo complessivo dovrebbe salire a 388,6 miliardi: 36,8 miliardi in più rispetto al livello previsto per il 2026, pari a un aumento del 10,5%.
Una crescita che si accompagna all’uscita dal mercato del lavoro di milioni di persone e che rende sempre più importante il rapporto tra contribuenti attivi e beneficiari delle prestazioni.
Per affrontare questa trasformazione, la CGIA indica una strada precisa: ampliare la platea degli occupati, favorendo soprattutto l’ingresso di giovani e donne. Nonostante l’aumento dell’occupazione registrato negli ultimi anni, l’Italia continua infatti a collocarsi nelle ultime posizioni europee per partecipazione femminile al lavoro e presenta ancora importanti margini di miglioramento sul fronte dell’occupazione giovanile.
Per la Calabria, dove il divario tra pensioni e occupati è particolarmente ampio, la sfida è ancora più urgente. Creare lavoro stabile, rafforzare le competenze e favorire l’ingresso delle nuove generazioni nel sistema produttivo non significa soltanto sostenere la crescita economica, ma anche contribuire alla tenuta del sistema previdenziale e al futuro delle comunità locali.

