Da Gioia Tauro a Saline Joniche, la spinta verso la costruzione del collegamento stabile con la Sicilia riapre la partita della portualità calabrese e impone un confronto su logistica, sicurezza del territorio e capacità di governare il cambiamento
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Il Ponte sullo Stretto ha già prodotto un primo effetto concreto, ancora prima della paventata e puntualmente rinviata apertura dei cantieri: ha rimesso i porti calabresi al centro della discussione sul futuro infrastrutturale della regione. Il tema, ormai, non riguarda soltanto l’attraversamento tra Calabria e Sicilia, ma la possibilità che attorno all’opera si ridisegni una parte della geografia logistica del Mezzogiorno, con riflessi diretti su traffici, connessioni e funzioni strategiche dei principali scali regionali.
Il caso più evidente è quello di Saline Joniche, rientrata con forza nel dibattito dopo il confronto istituzionale avviato a fine gennaio sul possibile utilizzo del porto come supporto alle attività legate alla costruzione del Ponte. Da quel momento lo scalo grecanico ha smesso di essere soltanto il simbolo di una incompiuta – una delle tante, soprattutto a Saline - ed ha ricominciato ad essere osservato come possibile infrastruttura di appoggio, con un ruolo legato alla movimentazione di mezzi, materiali e funzioni logistiche connesse all’opera. È qui che la questione ha cambiato passo, passando dal terreno delle ipotesi a quello delle valutazioni concrete.
Attorno a questa prospettiva si è però acceso subito un confronto duro. Da una parte c’è chi legge nella riattivazione di Saline una occasione di rilancio per l’Area Grecanica, una chance per riportare investimenti, lavoro e centralità in una fascia di territorio che da anni reclama funzioni vere. Dall’altra parte cresce la richiesta di cautela, perché un eventuale riutilizzo dello scalo chiama in causa un tratto costiero delicato, segnato da vulnerabilità ambientali e da equilibri territoriali che non possono essere compressi dentro una lettura soltanto produttiva o cantieristica. Ciclone Harry e relativi fratelli e sorelle a parte, andando oltre il dissesto ed i suoi effetti nefasti, è necessaria una verifica concreta sugli effetti che la riorganizzazione della portualità potrebbe avere sulla costa ionica reggina.
La Calabria resta una regione esposta, fragile sotto il profilo geologico e idrogeologico, e ogni ipotesi di trasformazione infrastrutturale di questa scala impone un metodo rigoroso: conoscenza del territorio, prevenzione, pianificazione coerente, catena decisionale chiara, compatibilità tra sviluppo e sicurezza. È qui che la questione dei porti incrocia quella più ampia della tenuta del sistema infrastrutturale regionale. Perché il problema non è solo se un porto possa essere riattivato o potenziato, ma se il territorio attorno a quel porto sia stato realmente studiato, protetto e messo nelle condizioni di assorbire il peso di un cambiamento così profondo.
Non dimentichiamoci, infatti, che solo poche settimane fa una mareggiata ha rischiato di inghiottire ferrovia ed autostrada nel cosentino, scollegando di fatto la Calabria dal resto della Penisola. Ecco perché è importante parlare di rete e di affidarsi su più “asset”.
Nell’ambito della portualità legata alla costruzione del Ponte sullo Stretto, se Saline è il punto in cui si concentrano timori e aspettative, Gioia Tauro rappresenta invece il versante più strategico della partita. Qui il rapporto con il Ponte si legge dentro una logica più ampia di intermodalità, di integrazione tra porto, ferrovia e grandi direttrici di traffico: l’eventuale realizzazione dell’opera potrebbe rafforzare ulteriormente il ruolo di Gioia, già centrale nel trans-shipment mediterraneo, spingendolo dentro una fase nuova in cui la portualità non viene pensata come nodo isolato, ma come parte di una rete logistica più efficiente e competitiva. Del resto Gioia Tauro sta già attraversando una fase di rafforzamento, tra nuovi rapporti internazionali, investimenti energetici e opere legate all’accessibilità dello scalo. In questo contesto, il Ponte entra come potenziale moltiplicatore, perché aggiunge al ragionamento sulla competitività portuale una cornice più ampia, che riguarda l’intero assetto dei collegamenti del Sud. È il lato della vicenda che viene letto come opportunità: maggiore efficienza, nuove connessioni, possibile crescita dell’occupazione, aumento della capacità attrattiva del sistema logistico regionale.
Bisogna stare attenti, però, a non semplificare troppo. Perché accanto alle prospettive di crescita esistono questioni che non possono essere in alcun modo eluse. C’è il tema ambientale, c’è il tema della sicurezza delle infrastrutture, c’è quello della distribuzione reale dei benefici sui territori affinché non producano cattedrali nel deserto come la Liquichimica di Saline, mausoleo dello spreco dei soldi dello Stato. E c’è soprattutto la questione della governance. Ogni grande opera promette ricadute, ma la differenza la fa sempre la capacità di trasformare quella promessa in sviluppo ordinato, controllato e diffuso.
Il rapporto tra Ponte e portualità si fa quindi osservato speciale. Il bene possibile esiste e riguarda la prospettiva di una regione più connessa, con un sistema logistico più forte e con porti capaci di inserirsi in modo più efficace nei flussi mediterranei. Il rischio, però, è altrettanto reale e riguarda la tentazione di raccontare tutto come una conseguenza automatica dell’opera, senza misurare davvero la qualità della pianificazione, la tenuta dei territori e la capacità delle istituzioni di accompagnare il cambiamento.
Il Ponte sullo Stretto ha riaperto il dossier dei porti calabresi in termini concreti, riportando Saline Joniche dentro una discussione operativa e rafforzando la centralità di Gioia Tauro nel racconto di una Calabria che prova a riposizionarsi nei corridoi del Mediterraneo. Bisogna però tenere insieme entrambe le facce della medaglia: l’occasione di crescita ed il dovere della cautela. Perché la sfida vera, adesso, non è soltanto costruire un’opera. È decidere se attorno a quell’opera la Calabria saprà davvero costruire futuro, diventando protagonista di quella terra “dove 'l sì sona”.

