Dopo vent'anni passati in località protetta, l'importante collaboratore di giustizia torna in Calabria per lanciare un messaggio di speranza e riscatto. Attraverso il racconto della sua vita, da killer addestrato fin dall'infanzia a testimone di legalità, Bonaventura spiega come sia possibile spezzare le catene della 'ndrangheta per riappropriarsi del proprio futuro
Tutti gli articoli di Interviste
PHOTO
Il ritorno di Luigi Bonaventura in Calabria, avvenuto dopo due decenni trascorsi sotto protezione, segna una tappa simbolica fondamentale nel racconto del riscatto di questa terra. Accompagnato dall'associazione francese Crim’Halt, l'intervista rilasciata ai nostri microfoni si è svolta a Palazzo Crupi a Reggio Calabria, un luogo dove i quadri sequestrati alla mafia sono diventati patrimonio culturale, rappresentando visivamente la possibilità di trasformare l'oscurità in bellezza.
Bonaventura, noto alle cronache come il "soldato bambino", descrive con cruda lucidità una realtà in cui i figli dei clan vengono "concepiti per essere 'ndranghetisti". La sua educazione criminale è iniziata precocemente: fin dai primi anni di vita è stato addestrato all'uso delle armi, dai coltelli alle pistole, preparandolo a diventare un killer.
Sebbene inizialmente gli fosse stato ordinato di non commettere reati, nel 1990, appena maggiorenne, fu richiamato in Calabria per partecipare alla guerra di famiglia, venendo coinvolto nella strage di Piazza Pitagora e in successivi omicidi sia come esecutore che come organizzatore.
Il cambiamento radicale è iniziato nel 2000, anno del suo matrimonio, maturando definitivamente nel 2005 con la decisione di dissociarsi. La motivazione principale è stata il desiderio di offrire ai propri figli una vita diversa, lontana dalla violenza. Questo percorso non è stato privo di sofferenze: Bonaventura ha dovuto affrontare pesanti ripercussioni, specialmente contro sua moglie, e ha vissuto il dramma psicologico di sentirsi un "traditore" della propria famiglia di sangue.
Oggi, Bonaventura è un collaboratore di giustizia che ha parlato davanti a 16 pool antimafia e dedica la sua vita all'antimafia sociale. «Ho capito che prima avevo un cuore nero e tetro perché pensavo all'odio; oggi ho un cuore rosso perché so amare e vivere la vita», ha dichiarato, sottolineando di non avere più paura di morire perché sa di essere dalla parte del giusto.
Bonaventura è oggi un attivo sostenitore di progetti come "Liberi di Scegliere", che offre ai giovani e alle madri la possibilità di essere sradicati da contesti criminali per studiare e formarsi altrove. Egli evidenzia come la 'ndrangheta sia un'organizzazione globale, patriarcale e basata su un falso concetto di onore, dove spesso le donne (mogli e madri) sono le figure di maggiore fiducia ma anche prigioniere di regole arcaiche.
Il suo messaggio finale è rivolto ai ragazzi calabresi: il vero "uomo d'onore" non è chi delinque, ma chi si alza la mattina per lavorare con sacrificio. Bonaventura invita a non considerare il destino criminale come ineluttabile: "Cambiare si può", e nessuno dovrebbe essere condannato dal proprio cognome o dalla propria nascita. La sua presenza in Calabria, seppur temporanea, serve a dimostrare che lo Stato e la società civile possono accogliere chi sceglie la via della legalità, trasformando un passato di incubi in un presente di libertà.

