«Queste elezioni, a differenza delle precedenti, sono un vero e proprio spartiacque. Finisce un ciclo iniziato nel 2014, arrivato dopo l'esperienza del centrodestra e il successivo commissariamento della città. Oggi il centrodestra si ricandida con una continuità evidente, sia nei simboli delle liste sia in parte del personale politico. Il centrosinistra, invece, propone il progetto guidato da Battaglia, unendo una parte di rappresentanza della società civile a un forte rinnovamento. Io stesso sono candidato nella lista del Pd, che è largamente rinnovata nei nomi e che per questo può rappresentare una forte discontinuità rispetto al passato».

Antonio Ruvolo, al termine dell’esperienza da Capo di gabinetto a Palazzo San Giorgio, ci riprova e corre con i dem per il rinnovo del Consiglio comunale che si deciderà nell’urna il 24 e 25 maggio prossimi. Per lui continuità amministrativa e discontinuità sono due facce della stessa medaglia: un centrosinistra rinnovato che vuole completare e migliorare il lavoro fin qui fatto

Lei è candidato con il Partito Democratico, ma le sue radici politiche sono notoriamente socialiste. Come concilia queste due dimensioni?

«Sono iscritto al Pd da tre anni, ma quando ho annunciato la mia adesione ho subito detto che mi sentivo a casa. Il Partito Democratico è già da tempo parte del Partito Socialista Europeo e dell'Internazionale Socialista. Certamente il Pd, per quella che è la mia visione ideale, deve ancora compiere un percorso di avvicinamento sia alla tradizione socialista italiana più autentica, sia alle esperienze più moderne del socialismo europeo. Penso ad esempio alla Spagna di Pedro Sánchez, che sta guidando egregiamente il Paese e che, in uno scenario internazionale così complicato, è riuscito a mantenere una posizione centrale e indipendente. Auspico un'evoluzione simile anche per l'Italia e per il Pd».

Negli ultimi anni lei ha vissuto la macchina comunale in una duplice veste: prima come consigliere comunale e delegato, poi come Capo di gabinetto. Complessivamente, che stagione è stata?

«È stato come guardare la stessa realtà da due ottiche diverse. Da consigliere comunale mi sono occupato di vicende più politiche e ho vissuto la complessa fase di gestione della Protezione Civile, in un momento difficilissimo in cui gli sbarchi dei migranti impattavano pesantemente sulla città. Come Capo di gabinetto, invece, ho ricoperto un ruolo di snodo tra la struttura politica e quella amministrativa. In quel ruolo ho applicato la mia lunga esperienza sul campo, iniziata nel 1997 con Italo Falcomatà, gestendo le cose in modo diverso rispetto al classico Capo di gabinetto. È stata un'esperienza difficile ma entusiasmante, perché mi ha permesso di vivere i processi decisionali proprio nella loro fase amministrativa».

Tra i due ruoli, quale ha preferito?

«Ovviamente preferisco la gestione politica del consigliere comunale, mi piace di più. Se devo essere sincero, mi è mancata l'esperienza all'interno della giunta, un ruolo che non ho ancora ricoperto ma che mi auguro di poter fare in futuro. È proprio lì che si possono indirizzare meglio le scelte, guidando politicamente un settore specifico».

Abbiamo parlato della stagione che si chiude. Ma che Reggio Calabria sarà nella visione del centrosinistra? Una città turistica, un hub del Mediterraneo, una realtà proiettata nel futuro?

«Credo che la città non possa avere una veste sola. Reggio Calabria si trova per geografia e per storia al centro del Mediterraneo. Ci abbiamo creduto fortemente quando abbiamo partecipato al bando, arrivando in finale, come Capitale Italiana della Cultura. Questo ruolo geografico e storico ci deve permettere di tornare a essere un punto centrale nel Mediterraneo. Da qui possiamo sviluppare molteplici opportunità: essere una meta turistica e, allo stesso tempo, un attrattore di processi socio-economici interconnessi con i nostri vicini di area. Per geografia siamo stati per anni comune di sbarco e al centro delle rotte migratorie, ed è da questa centralità che dobbiamo ripartire».

Lei è noto anche per il suo spirito critico. Guardando a questa stagione, c'è qualcosa che avrebbe fatto diversamente o che si impegna a migliorare domani?

«Ci sono due aspetti principali. Il primo, su cui ho espresso contrarietà anche pubblica nelle discussioni di maggioranza, riguarda la scelta di non dichiarare il dissesto finanziario. È una decisione che abbiamo pagato e che pagheremo ancora fino al 2027, quando scadrà l'ultima rata da circa 15 milioni di euro con BNL. Questa scelta ha costretto i cittadini ad avere sempre le tariffe al massimo. Dichiarando il dissesto, ci saremmo sgravati subito del peso dei debiti fuori bilancio, che abbiamo invece continuato a riconoscere fino al 2023. Il secondo aspetto riguarda la struttura amministrativa. Abbiamo fatto un grande lavoro stabilizzando molti precari e dando loro certezza economica, ma questo ha limitato l'immissione tempestiva di nuovo personale. Abbiamo ereditato una burocrazia comunale sfaldata e ridotta all'osso, ferma alle assunzioni di massa degli anni '78-'80 e ai concorsi delle stagioni di Italo Falcomatà e Demetrio Naccari. Per gestire i fondi comunitari e il Pnrr servono figure nuove e una formazione continua. Da dipendente e funzionario Inps, vedo come un sistema basato su incentivi, welfare aziendale e formazione crei un ambiente produttivo e attrattivo per i giovani. Dobbiamo investire risorse economiche per muoverci in questa direzione».

Per concludere, immagini di essere su un palco davanti ai reggini: perché dovrebbero votare per lei, per il candidato sindaco Battaglia e per il centrosinistra?

«Chiedere un appello al voto sul piano personale è sempre difficile. Io preferisco dire a tutti: andate a votare. La partecipazione è fondamentale per concorrere alla scelta del governo della città. Invito i cittadini a fare una scelta consapevole. Osservate le storie dei candidati, analizzatele e criticatele pure, ma approfondite chi state per scegliere. Non faccio un appello personale, lascio la decisione alla libera e consapevole scelta dei reggini, come è giusto che sia».