«Purtroppo la città che sto incontrando è una città che per la maggior parte delle persone che ho visto è assuefatta. È come se vivesse un momento determinato dall'alto, "così è se vi pare". E questo è triste perché invece la città dovrebbe reagire. Una parte di essa ha reagito, un'altra parte di essa si è, mi passi il termine, intruppata, senza avere nessuna idea, gente che si è candidata per la prima volta, non ha mai fatto politica e soprattutto che non credo che potrà essere d'aiuto per la città. E poi purtroppo ho scoperto una città drammatica. Le faccio solo un esempio, il mercato generale di Mortara. Se uno va al mercato generale di Mortara, penso che si deprime pensando solo che quella merce dell'ortofrutta che c'è lì finirà sulle nostre tavole».

Così il candidato sindaco del Polo civico, Eduardo Lamberti Castronuovo descrive la città che sta vivendo nella sua campagna elettorale, fatta di incontri e confronti, con persone e candidati, mettendo l’accento sul triste destino del mercato ortofrutticolo sorto in quel di Mortara e mai completato.

«Se uno va al mercato generale di Mortara, penso che si deprime. Immaginate che c'è una tettoia che è coperta in parte, come fosse una scacchiera. Ho chiesto, ma mi hanno detto che l'hanno fatto i privati per ripararsi dalla pioggia, quando c'è. Non ci sono servizi igienici, non c'è igiene, perché la società che dovrebbe pulire, mi dice il presidente di questa associazione che gestisce i posti, non certo la struttura, non va mai a pulirla. C'è una città abbandonata nelle cose essenziali.»

Lamberti, lei ha detto “voglio essere giudicato per quello che ho fatto" e mettendo al primo posto la cosiddetta ormai "città normale". Proprio in questo senso ha anche aggiornato un opuscolo...

«Io non ho scritto niente, volutamente, non ho scritto le mie memorie, ho soltanto affidato a fotografie, quindi sono inoppugnabili, e ad articoli di stampa, quindi scritti da voi giornalisti, quelle che sono state le mie azioni. Non voglio dire né positive né negative, c'è anche qualcosa di negativo nella mia vita, perché della mia vita, come tutti noi, potrei scrivere un bilancio, nel bilancio ci sono le quote attive e le quote passive, c'è di tutto. L'unica cosa che ha unito questi due momenti è sicuramente il mio attaccamento a questa città che però non è stato recepito da molta gente. Cioè non hanno capito di che cosa e per che cosa io ho voluto fare quello che ho fatto. Qualcuno si lamenta ancora oggi: "Eh, ma se la struttura pubblica non funziona mi costringono ad andare dal privato". È una frase, questa, di una scorrettezza più unica che rara, perché il privato è soltanto a gestione privata, ma le prestazioni sono sempre e comunque fatte da un ente come se fosse pubblico, perché noi siamo accreditati. Cioè addirittura siamo più controllati del pubblico, perché siamo legati a una legge, siamo legati ad alcune cose che dobbiamo avere, al personale, siamo legati a tutto. La città invece di essere orgogliosa di quello che in questa città si fa — non io ho fatto, tutti, ci sono molte persone che hanno fatto — gli dà addosso, perché tutto ti perdonano fuorché il successo. Anche questo significa una città normale: riconoscere i meriti in questa città. Io sono orgoglioso, ripeto, di avere fatto quello che ho fatto a Reggio. Ci sono 81 persone iscritte al libro paga, la cui vita media, diciamo, è di 25-30 anni, c'è gente che lavora da 40, la struttura da 46. Ci sono 10 o 11 che sono già andate in pensione, ci sono famiglie che si sono create grazie a questa struttura privata, convenzionata. Peraltro con dei limiti, questa è la cosa più grave: "Puoi lavorare fino a questo punto", questo dice la Regione Calabria, come se le malattie le potessimo dosare».

Reggio ha un rapporto complicato con la cultura: esporta talenti, ma si mostra molto inospitale con chi vuole fare arte. In questa città c'è solo un teatro senza direzione, tante bande musicali che vanno ad esibirsi anche all'estero e in palcoscenici importanti, ma spesso il nostro teatro fa altro. Allora, come se ne esce da questa impasse e cosa ne sarà dei teatri ancora incompiuti presenti in città, nel suo programma?

«Vi dico solo una cosa e poi rispondo alla domanda. Una banda musicale, esattamente quella di Laureana di Borrello, che è stata tenuta a battesimo dal sottoscritto, andrà a rappresentare non la Calabria, ma l'Italia in Austria. Questo è davvero un distintivo che metto all'occhiello io e tutti gli altri che hanno collaborato con me, perché guardi, nessuno può fare niente da solo. La cultura a Reggio è latitante perché, vedete, la cultura ha tanti aspetti, ma sicuramente l'aspetto più importante è quello del luogo della cultura, e il più importante è il teatro. Reggio non ha, negli uni e negli altri. Cosa bisogna fare? L'amministrazione che andrà ad amministrare questa città si deve rendere conto che deve completare le opere del teatro di Gallico, per esempio, deve cercare di riprendersi, di riappropriarsi, in qualunque modo lecito ovviamente, del teatro Margherita, del teatro Siracusa, deve costruire urgentemente l'Arena Lido, che era un posto stupendo d'estate e d'inverno, e deve mettere a posto il teatro principale, il teatro massimo di Reggio, che è il “Cilea” che non ha nessuno che lo gestisca. È abbandonato a se stesso, e grazie a un giovane che si trova là, si chiama Marcello, per opera e virtù dello Spirito Santo, perché non ha un contratto, non ha niente, però giova a tutti e quindi tutti quanti si rivolgono a lui, comune compreso. Se non ci fosse lui il teatro non funzionerebbe per nulla, quindi se questa è una città che si può dire normale, vabbè, allora l’anormale sono io».

Dal museo al Palazzo della Cultura, passando per la Pinacoteca, Reggio Calabria dispone di un patrimonio artistico di immenso valore. Tuttavia, non si è ancora riusciti a costruire una vera e propria rete museale. Lei la prevede nel suo programma?

«Guardi, io l'avevo creata di fatto. L'avevo creata mettendomi in collaborazione con l'ATAM, che è sempre stata disponibile, soprattutto con la nuova gestione. Oggi la gente viene a Reggio solo per vedere i Bronzi di Riace. Pensare di rendere questa città "normale" è quasi un'utopia; è una cosa difficilissima. Poco fa passavo davanti al museo e ho visto un'orda di persone ferme sotto il sole. In passato avevamo messo a disposizione degli ombrelli amaranto: non chiedevamo nulla, solo un documento da restituire alla riconsegna. Eppure, qualcuno all'interno di quella struttura pensò bene di non darci l'autorizzazione per motivi burocratici legati al suolo pubblico. Poi fecero fare degli ombrelli azzurri, che non si sono mai visti. Queste sono le azioni tremende di chi rappresenta lo Stato e dovrebbe invece complimentarsi. Come dice Nicola Giunta: "né io contento né tu consolato", e intanto i turisti restano sotto il sole».

Come funzionava, nello specifico, quel progetto di rete che avevate avviato?

«La rete museale esisteva perché l'Atam aveva messo a disposizione un piccolo pullman che faceva un giro turistico strategico: partiva dal Museo Nazionale, toccava la Pinacoteca, gli scavi di Piazza Italia, il Palazzo della Cultura, fino ad arrivare al Planetario in via Salita Zerbi. Il Planetario è un elemento moderno di cultura dove i nostri ragazzi hanno vinto persino campionati mondiali e internazionali di astronomia; significa che certe capacità le abbiamo nel dna. A questo percorso avremmo potuto aggiungere il Castello, le mura greche e romane. C'è davvero tantissimo da vedere a Reggio».

Crede che questa idea sia un modello replicabile per il futuro?

«È un modello replicabile e incrementabile. Con il biglietto d'ingresso del museo si dovrebbe acquisire il diritto di fare tutto questo tour attraverso un biglietto unico integrato. Lo fanno in qualunque città del mondo, non capisco perché a Reggio no. Qui i turisti arrivano, vedono i Bronzi e ripartono senza sapere che il nostro museo custodisce reperti fantastici. Basti pensare al Cavaliere di Marafioti, una struttura in argilla coeva ai Bronzi e altrettanto grandiosa. E poi la Testa del Filosofo, il Kouros, per non parlare dei tantissimi reperti purtroppo ancora chiusi nei sottoscala. Di recente abbiamo tirato fuori persino dei cimeli appartenuti a Francesco Cilea che nessuno conosceva, e su questo devo dire che la direzione del museo ha collaborato».

Lei parla spesso dell'importanza di non educare i giovani in modo approssimativo. C'è qualche dinamica recente all'interno degli spazi culturali che la preoccupa?

«Sì, se educhiamo i ragazzi in maniera sbagliata ce li ritroveremo sbagliati domani. Mi riferisco, ad esempio, ai concerti del Conservatorio organizzati all'interno del museo. Nella mia qualità, ho comunicato al direttore che per quanto mi riguarda non si terranno più concerti lì. Il motivo? Manca un'acustica opportuna. Fare un concerto nell'Androne, nella piazza Paolo Orsi, è un delitto: la musica si sente roboante, piena di echi, e chi ascolta, ascolta male. È solo un surrogato. A questo punto sarebbe molto meglio suonare all'aperto, dove la musica si diffonde in modo diverso e naturale, come fanno da sempre le bande musicali. In questa città consumiamo troppi delitti di questo tipo, usando spazi inidonei. È lo stesso errore che commettiamo quando facciamo studiare i nostri studenti in aule inadeguate. Se vogliamo davvero che i ragazzi studino in ambienti idonei, allora sì, parliamo di musica, ma parliamo anche di studio».

Quando si parla di periferia a Reggio Calabria, la mente vola naturalmente ad Arghillà, ma la realtà è che esistono molte altre periferie. Lei ne ha visitate diverse in questi giorni e abbiamo visto i vari incontri tramite la sua pagina social. Ognuna di queste aree, oltre ai tratti comuni, presenta delle proprie peculiarità. Qual è il suo piano in questo senso, partendo proprio dalla simbolica Arghillà?

«Arghillà e Archi, e in misura leggermente minore Rione Marconi, sono dei ghetti. Sono stati voluti dalle amministrazioni precedenti con un errore marchiano, perché abbiamo ghettizzato quelle persone affibbiando loro una brutta etichetta. Diciamoci la verità: per il 90% della popolazione che vi abita, questa etichetta è del tutto gratuita. Se dovessimo fare generalizzazioni, allora potremmo affibbiarla a chiunque, dato che le persone che rappresentano determinati ambienti malavitosi spesso non abitano lì, ma nel centro cittadino, e magari frequentano pure i palazzi comunali, regionali o il Parlamento. La mia idea è che la periferia non debba proprio esistere. Prendiamo l'assegnazione delle case popolari, che non viene fatta non so da quanto tempo: dobbiamo assegnarle acquistando appartamenti nel centro cittadino con le risorse disponibili, e non nei ghetti. I ghetti devono scomparire. Dobbiamo fare in modo che quella periferia diventi città».

Con quali azioni concrete pensa di trasformare queste aree e farle sentire parte integrante del tessuto urbano?

«Ad esempio portando lì le bancarelle durante la festa della Madonna o creando dei momenti importanti. Possiamo realizzare un teatro, anche all'aperto se volete: non ci vuole niente, basta ripulire quella zona che oggi è veramente lugubre, per non dire sporca. Pensiamo alle giostre: perché dobbiamo metterle al Tempietto, in quello stato in cui l'hanno lasciato? Prepariamo un'area adeguata ad Arghillà, dove lo spazio non manca, e posizioniamole lì. Dobbiamo fare in modo che sia la gente di Reggio ad andare ad Arghillà, perché è difficile che avvenga il contrario. Ma per far muovere la città serve un motivo. Se c'è un teatro ci andranno; se c'è un cinema magari meno, perché oggi al cinema non ci va più nessuno, come dice il mio amico Mammoliti. Ma alle giostre ci vanno tutti. Creiamo qualcosa lì: un campo sportivo c'è già, l'abbiamo visto in questi giorni; realizziamo un impianto sportivo serio, una palestra comunale come c'è dappertutto. Dobbiamo rendere quella periferia – che non deve essere più chiamata così – una città a tutti gli effetti.»

In passato lei ha utilizzato il termine "conurbazione". In questo contesto, come si applica questo concetto?

«Esattamente. Quando di solito si parla di conurbazione, si intende quella tra Reggio e Messina come un'unica grande città. Per quanto riguarda la periferia interna, più che conurbata, deve diventare un tutt'uno. Non deve essere percepita come una protesi, ma come una parte integrante del territorio».

Parlando proprio di integrazione e della splendida vista sullo Stretto che si gode anche dai vostri studi, ci dica la sua idea sull'Area dello Stretto. Il suo progetto contempla la costruzione del ponte? E in che modo pensa di stabilire rapporti stabili tra le due sponde, visto che se ne parla sempre molto ma si conclude spesso poco?

«Concordo. Del ponte non parlo perché non è una questione che riguarda direttamente l'amministrazione della città di Reggio. Non credo affatto che il ponte unisca Reggio e Messina, casomai le separa. Ad ogni modo non sta a me giudicare se si debba fare o meno; per adesso, e per i prossimi tre anni, non ne sentiremo parlare perché si è visto chiaramente che mancano persino i finanziamenti. Parliamo invece di una conformazione comune tra Reggio e Messina "ante pontem natum", prima ancora che un ponte nasca. Si può fare, ma a una condizione: bisogna iniziare a unificare. E qual è il vero collante tra le due città? È la cultura. Se noi riuscissimo a unificare, per esempio, i teatri di Reggio e di Messina facendoli diventare enti di produzione che poi si scambiano gli spettacoli, faremmo un enorme passo avanti. Così come se abbassassimo drasticamente il costo dei biglietti dei trasporti per andare da Reggio a Messina e viceversa, permettendo alle due città di integrarsi davvero...»

Tornando all'integrazione tra le due sponde e alla conurbazione di cui parlava, lei accennava alla necessità di abbassare i costi dei trasporti. Come si realizza concretamente questa continuità territoriale per i cittadini?

«Dobbiamo abbassare drasticamente il costo dei biglietti per andare da Reggio a Messina e viceversa, sia pedibus calcantibus sia con la macchina. Un tempo le auto targate Reggio Calabria o Messina venivano trattate in maniera diversa con tariffe agevolate. Oggi possiamo fare lo stesso, non serve la targa: per chi ha acquistato l'auto a Reggio e risiede qui, basta una certificazione o un tesserino. La conurbazione è proprio questa. Se un cittadino deve pagare 50 euro per andare dall'altra parte dello Stretto, non c'è più alcuna conurbazione. Un tempo questa unione esisteva nei fatti: c'erano Rotino, Siracusano, Irrera, tutte attività e bar che attiravano i reggini. C'era la fiera di Messina, dove la gente andava a frotte con le navi traghetto a non finire. Ora non c'è più niente di tutto questo»

Aeroporto dello Stretto. Quali sono i nodi principali da sciogliere per renderlo davvero competitivo per l'intera area?

«Se un cittadino di Messina non può fare la carta d'imbarco direttamente nella sua città ed è costretto a prendere un mezzo qualunque per arrivare all'aeroporto di Reggio, rischiando il ritardo, quell'aeroporto non gli serve più. Preferisce andare a Catania, fa prima. Se invece potesse fare il check-in e imbarcare i bagagli a Messina, affidandoli già alla gestione aeroportuale, diventerebbe tutto più semplice. Poi c'è il problema dell'approdo per gli aliscafi all'aeroporto: a parte il fatto che quando c'è scirocco non si passa, ma una volta sbarcati cosa si fa? Per raggiungere l'aerostazione e fare la carta d'imbarco bisogna fare tutto il perimetro a piedi, perché non esiste un mezzo di collegamento. Se non agevoliamo il cittadino e il turista con indicazioni chiare e mezzi facili, non andremo da nessuna parte. A Pisa, per esempio, dal centro città all'aeroporto c'è un servizio navetta automatico ed elettrico che viaggia sospeso da terra. Sali, segui le indicazioni, le porte si chiudono e arrivi a destinazione senza problemi. A Reggio non si può fare? Perché non si vuole fare? Adesso a Reggio c'è la nuova stazione ferroviaria per l'aeroporto: un'ottima cosa, va benissimo. Però vogliamo sapere quando ci saranno davvero i voli, e soprattutto vogliamo capire come farà chi arriva a orientarsi. Ad oggi, se prendi un taxi trovi tariffe senza tassametro ed è una follia dover contrattare anche solo per fare un chilometro».

Questa carenza di collegamenti penalizza fortemente anche il turismo verso la provincia. Come pensa di strutturare la regia turistica e l'informazione per chi sbarca a Reggio?

«Esatto. Se un turista vuole andare a visitare un paese vicino come Pentedattilo, perché ne ha sentito parlare bene, oggi non sa come, dove e quando arrivarci. Manca una stazione per il trasporto su gomma. Io mi aspetterei di trovare un terminal degli autobus ben organizzato che indichi chiaramente: "Pentedattilo, ore 10:45, percorrenza 15 minuti, costo 2 euro, orari di rientro". Il turista deve essere informato. Inoltre, questo settore potrebbe creare molti posti di lavoro per i nostri giovani. Abbiamo ragazze e ragazzi validissimi che potrebbero fare da guide cittadine all'aeroporto o alla stazione; conoscono la città meglio di noi, perché non utilizzarli e dare loro un'opportunità di lavoro?».

Parlando di collegamenti marittimi, lei ha dichiarato che una città che si professa turistica non può fare a meno di un porto efficiente, e ha accennato a una rete integrata con Messina. Ci spiega questa visione?

«La rete di porti tra Reggio e Messina deve diventare, per fare un parallelismo, il porto di Milano, di Varese o di Torino. Il sabato mattina, per andare da Milano a Genova, ci sono tre ore e mezza di fila in autostrada perché tutti i milanesi vanno al mare in Liguria, una costa che ha la stessa identica configurazione geografica della nostra. Allora facciamo diventare l'Area dello Stretto una rete di porti dove i diportisti possono lasciare la barca in sicurezza, sapendo che c'è chi la custodisce, la pulisce e la ripara. Oggi il porto di Reggio è una bagnarola, io ci abito proprio di fronte: è il deserto, non c'è mai nessuno, se non per le tre navi traghetto che attraversano lo Stretto. E su questo fatemi dire una cosa importante: dobbiamo finirla di pensare che i TIR possano scendere a Reggio da quella rampa per imbarcarsi al porto passando dal centro, perché tecnicamente non è possibile. Quella bretella stradale non è stata collaudata per i bisonti della strada. Immaginare una fila di TIR su quelle strutture fa paura; io da sotto non ci passerei di sicuro. Non serve essere ingegneri per capire che non ha senso. La zona di Bolano, e credo che anche il sindaco di Villa San Giovanni sia d'accordo, era già stata organizzata per questo scopo e va benissimo: liberiamo Villa San Giovanni ma non occupiamo Reggio».

A proposito del porto, lei ha lanciato anche l'idea di trasferirvi le attività mercatali. Perché questa scelta?

«Perché dobbiamo continuare a usare Piazza del Popolo? Il porto ha una zona enorme. Se si circoscrive un'area e si impone agli operatori del mercato l'obbligo tassativo di ripulire i propri stalli prima di andare via – come si fa in tutte le piazze delle erbe del mondo – quella zona diventa perfetta. Possiamo inserire una navetta continua che colleghi la parte alta della città, ad esempio dalla Pineta o da Piazza del Popolo stessa. Le nostre mamme, le nostre zie e noi stessi potremmo salire a bordo, scendere al porto a fare la spesa in un vero punto di aggregazione, e poi risalire comodamente. Piazza del Popolo è diventata un mercato solo per una battaglia di capriccio, ma non lo è mai stata storicamente. E poi qualcuno mi deve spiegare perché si consente agli operatori di lasciare la piazza totalmente sporca, contando sul fatto che poi paghiamo noi una ditta per ripulire, quando ognuno dovrebbe semplicemente pulire lo spazio che ha occupato»