«La recente relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione – pubblicata il 23 giugno 2025 – rappresenta una pietra miliare nella lunga vicenda del decreto “Sicurezza” varato dal governo Meloni. Sebbene non costituisca un pronunciamento vincolante, la bocciatura è tutt’altro che rituale: giudizi severi sul metodo, sul merito e sulle conseguenze di un provvedimento che strizza l’occhio alla risposta facile, ma forse troppo sbilanciata verso l’ordine senza garanzie». È quanto dichiara Gabriella Andriani, segretario provinciale Pri Reggio Calabria.

«1. Metodo: urgenza o scorciatoia procedurale?

In primo luogo la Cassazione evidenzia che il decreto riproduce quasi integralmente un ddl già in discussione da mesi in Parlamento, senza che vi fosse alcun fatto nuovo che giustificasse il ricorso all’urgenza 

La Costituzione infatti, impone che un decreto-legge serva una vera, imprevista emergenza. Qui, invece, si profila più come un artifizio per comprimere il dibattito parlamentare, accelerare l’approvazione e limitare emendamenti. Questa compressione non è un dettaglio tecnico ma un vulnus alla funzione legislativa, specie su temi che investono libertà fondamentali .

2. Merito: troppo poliedrico e penalista

Il decreto concentra 38 (o 39) articoli su materie disparate: dalle aggravanti per reati collocati attorno a stazioni e metro, al blocco stradale, dalla cannabis light alle detenute madri.

Questa eterogeneità mina la logica stessa del decreto-legge, che richiede coerenza di finalità .  In più, l’introduzione o l’inasprimento di reati con strumenti penali rischia di criminalizzare condotte fragili o incoerenti con il principio penalista; l’offensività, la proporzionalità e la certezza del diritto – pilastri del nostro codice – risultano messi in crisi .

3. Diritti a rischio: da proteste a famiglie in affitto

Le aggravanti per «aggressioni» attorno a stazioni o nei cortei sollevano allarmi concreti: la protesta può diventare illecito per motivi spaziali, indipendentemente dalla gravità reale. E non basta: pesanti ombre si addensano sulle famiglie in affitto in ritardo, che potrebbero finire nella rete del reato di “detenzione senza titolo” .  Non si tratta di proteggere delinquenti, ma di preservare le categorie che, in uno Stato di diritto, richiedono tutela, non sanzione penale automatica.

Dunque, un bivio tra sicurezza e legalita’, infatti la Cassazione non dice “lo Stato non deve garantire la sicurezza”; dice che lo deve fare nel rispetto delle procedure, che non può andare oltre la proporzionalità, e che non deve sacrificare i diritti in nome dell’urgenza.

È una chiamata di responsabilità: al Parlamento, di correggere il tiro; al Governo, di distinguere tra ordine e giustizia. La questione potrebbe approdare alla Corte Costituzionale; per nuova  resa dei conti sul rapporto tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Il monito della Cassazione – pur non vincolante – è chiaro: la sicurezza non è un obiettivo che giustifica ogni mezzo.

E l’Italia non può permettersi di mettere in discussione i diritti fondamentali, soprattutto sotto lo sguardo vigile dei massimi garanti della legalità, ciò si è già verificato per la legge sull’Autonomia differenziata. Serve un dibattito vero, approfondito, privo di slogan: perché la porta tra sicurezza e libertà non può rimanere aperta a chiunque voglia chiuderla. E che questo governo rammenti che siamo nel 2025 no nel 1925». Così conclude Gabriella Andriani, segretario provinciale Pri Reggio Calabria.