Si tratta di una misura per contrastare lo spopolamento giovanile e creare le condizioni perché chi è andato via possa tornare
Tutti gli articoli di Politica
PHOTO
Partendo dall’esperienza del South Working, già avviata in Sicilia, il candidato alle elezioni suppletive per la Camera dei Deputati nel collegio 05, Frank Benedetto, propone la “legge Ponte del ritorno”. Si tratta di una misura per contrastare lo spopolamento giovanile e creare le condizioni perché chi è andato via possa tornare a vivere e lavorare a Reggio Calabria e nel suo territorio. I numeri raccontano un’emergenza silenziosa: negli ultimi sei anni 12.500 giovani hanno lasciato questo territorio, quella che Benedetto ha già definito in campagna elettorale «la più grande emigrazione della storia repubblicana in un periodo così breve». Un dato che si inserisce in un quadro ancora più allarmante per la provincia di Reggio Calabria che registra un calo degli under 35 dell’11,9% in sei anni, una delle peggiori performance in Italia, davanti a sole cinque province. Dietro questi numeri c’è spesso una scelta obbligata più che una scelta libera. Chi parte per lavorare al Nord si scontra con un costo della vita che in molti casi la famiglia calabrese continua a sostenere da lontano, pagando l’affitto di un figlio che a Milano o Torino percepisce uno stipendio che a stento copre le spese. Un doppio costo: per il giovane che parte e per la famiglia che resta. «Dobbiamo costruire un ponte diverso: il Ponte del ritorno. Un ponte che permetta ai nostri ragazzi di lavorare per un’impresa di Milano, Roma o Bologna continuando però a vivere a Reggio Calabria. La tecnologia oggi lo consente: spetta alla politica creare le condizioni perché accada», afferma Benedetto. La proposta prende spunto dal modello siciliano, adattandolo e ampliandolo rispetto alle esigenze della Calabria. L’obiettivo è legare gli incentivi non soltanto al lavoro svolto da remoto dalla Calabria, ma anche alla residenza e al domicilio effettivo sul territorio per almeno cinque anni, aprendoli non soltanto a chi ritorna, ma anche a chi sceglie di trasferirsi stabilmente nella nostra regione.
«Un reggino può essersi sposato con una persona di un’altra regione e insieme possono scegliere di vivere qui: la nostra proposta è per loro esattamente come lo è per chi torna da solo. Dobbiamo attrarre persone, lavoro e competenze, non limitarci a contare quanti giovani se ne vanno», spiega Benedetto. La “legge Ponte del ritorno” si articola su più fronti: incentivi alle imprese che consentano ai propri dipendenti di lavorare stabilmente in smart working dalla Calabria; recupero e rigenerazione di spazi pubblici abbandonati o inutilizzati da destinare al co-working; rafforzamento degli asili nido e dei servizi per l’infanzia, perché restare o tornare non significhi rinunciare ai servizi essenziali per costruire una famiglia. Restare, o tornare, conviene anche al lavoratore. A parità di stipendio, il diverso costo della vita può significare maggiore disponibilità economica, la possibilità di mettere radici, acquistare una casa e costruire una famiglia: scelte che nelle grandi città vengono spesso rinviate proprio per l’insostenibilità dei costi. Per questo il Ponte del ritorno è anche una misura contro la denatalità e lo spopolamento. Benedetto interviene anche sulle misure allo studio del Governo. «In queste ore il ministro Giorgetti ha prospettato agevolazioni fiscali per le imprese che aumentano gli stipendi dei lavoratori più giovani. È un tema giusto, ma per il Mezzogiorno non basta aumentare lo stipendio se poi un giovane è comunque costretto ad andare via per trovare lavoro. La vera sfida è consentirgli di avere un buon lavoro e scegliere liberamente di vivere nella propria terra. Nella prossima legge di bilancio - prosegue Benedetto - chiediamo allora al Governo di fare un passo in più: sostenere anche il lavoro stabile da remoto dal Mezzogiorno e incentivare le imprese che permettono ai propri dipendenti di vivere e lavorare dalla Calabria. Non possiamo continuare a investire nella formazione dei nostri ragazzi per poi vedere competenze, energie e futuro trasferirsi altrove. Non si tratta soltanto di lavoro. Ogni giovane che resta o che torna rappresenta un argine concreto allo spopolamento che sta svuotando paesi, quartieri e aree interne e indebolendo la tenuta demografica e sociale dell’intero territorio metropolitano».

