Nei giorni della Madonna della Consolazione, una preghiera che nasce da un letto di terapia intensiva vissuto nove anni fa: «Cerca un appiglio nel rumore della vita, qualunque esso sia, e tienilo stretto»
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Caro Giovanni, non ci conosciamo. Probabilmente non ci siamo mai incontrati e forse, quando e se un giorno leggerai queste parole, non saprai neppure chi sono. Da venerdì, però, penso spesso a te. Ti penso, e so soltanto che oggi sei lì, in una stanza di terapia intensiva a lottare per vivere.
Fuori la città è in festa, sono i giorni della Madonna della Consolazione. Le strade piene, le luci, le voci, la musica che attraversa l'aria fin dentro i quartieri più lontani. E tu sei lì, in silenzio. E questa immagine non riesco a scrollarmela di dosso.
Non so se in questo momento puoi sentire qualcosa. Non so cosa arrivi fin dentro a strappare quel maledetto silenzio. Ma se qualcosa passa, anche soltanto un filo, io vorrei tanto poterti dire questo: Aggrappati. Aggrappati alla vita!
Te lo dico con il pudore di chi c'è passato in giorni come questi, senza che la mia storia debba occupare spazio. Ti dico solo questo, nove anni fa anch'io ero in una stanza simile, in questi stessi giorni, in quello stesso maledetto weekend. Ero un po’ più grande di te, di anni ne avevo ventisette. Ricordo quel letto in terapia intensiva, i monitor, il tempo che lì dentro scorre in un altro modo. Ricordo la corsa, le mani addosso, i vestiti tagliati, gli aghi, l'ossigeno. Non avevo ancora paura, non avevo capito. Poi ho guardato in alto, e vicino ad una grande lampada c’era un qualcosa di metallico che rifletteva il mio viso come uno specchio.
Mi sono visto e non mi sono riconosciuto. Ed in quel preciso istante ho davvero capito cosa fosse la paura. Così ho chiuso gli occhi, per cercare un gancio in mezzo al cielo della mia mente a cui aggrapparmi. L’immagine si è fatta suono. Era la musica della festa che mi arrivava da lontano, in quel dannato silenzio. In quel momento ho capito che quella musica era la vita, che era il gancio per salvarmi. Così ho pregato Dio, l’ho pregato forte. L’ho pregato piangendo, e gli ho chiesto solo un'altra possibilità. Una sola.
Fammi restare.
Sono stato fortunato perché quella possibilità è arrivata, ed è per questo che oggi quella preghiera la giro a te.
Non so se credi, e non so in cosa credi. Non importa. Credici come vuoi, ma cerca un appiglio. Una voce, una mano, un nome, un suono. Aggrappati. Perché oggi, davanti a tutto, devi pensare soltanto a una cosa: vivi.
Vivi, Giovanni. Vivi!
Ci sarà il tempo per affrontare il dolore. Per maledire quella moto e quel giorno. Per guardare in faccia l'assenza di Anthea, che nessuna parola potrà mai cancellare. Ma questo viene dopo. Oggi c'è solo il tuo respiro. E il fatto che tu debba avere la possibilità di tornare.
Ieri si è scelto il silenzio, per far si che le preghiere dei reggini per la tua dolce Anthea e per la tua vita potessero raggiungere il cielo con più forza. Ma oggi la festa ritorna, le vibrazioni della musica torneranno a scuotere l’aria di Reggio. Ecco, aggrappati al rumore della vita fuori da quella stanza. Aggrappati alle persone che ti aspettano, che ti amano. Alla tua famiglia, ai tuoi amici, ai tanti reggini – e non solo – che stanno pregando per te. Aggrappati anche a me se serve, a me che non conosci, ed io non conosco te ma che oggi sento vicino come un fratello.
Aggrappati a tutto ciò che puoi. E torna, perché la vita è qui ad aspettarti.

