L’europarlamentare calabrese: «Sottovalutiamo che il femminicidio affonda le sue radici nell’educazione e negli stereotipi appresi fin dall’infanzia»
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«Ci sono frasi che sentiamo spesso: “Non fare la femminuccia. I maschi non piangono. Devi essere forte”.
Trasmettono l’idea che la vulnerabilità sia debolezza femminile e che il maschile debba identificarsi con forza, controllo e repressione delle emozioni. Dovremmo invece indignarci ogni volta che “femminile” diventa sinonimo di debole, fragile, insicuro. Dovremmo scandalizzarci se a un bambino si insegna che piangere o avere paura lo renda meno uomo. Negando spazio a queste emozioni, le spingiamo verso rabbia e aggressività. Dovremmo guardare con occhio critico a un cliché diffuso nei media e nei social: giovani uomini celebrati come vincenti, circondati da donne tutte uguali, ridotte a cornice del loro successo». È quanto dichiara l’europarlamentare calabrese Giusi Princi.
«Sembra solo un’immagine. Ma anche questo educa. Dice chi sta al centro e chi sullo sfondo, chi esercita il potere e chi serve a mostrarlo.
Gli stereotipi non restano nell’infanzia. Crescono con noi. Entrano nelle relazioni, nella gelosia, nel possesso, nel controllo. Per questo la lotta contro la violenza sulle donne comincia molto prima della violenza. Comincia dall’educazione. Dalla libertà di un bambino di essere fragile senza sentirsi meno uomo. Dal rispetto verso le bambine. Da come raccontiamo l’amore, il successo, la forza. È una rivoluzione culturale e pedagogica. Richiede il coraggio di indignarci per ciò che abbiamo considerato normale.
Questa convinzione guiderà il rapporto che sto sviluppando sulle priorità Ue per la prossima Commissione Onu sullo Status delle Donne, che definirà la posizione del Parlamento e indirizzerà gli Stati membri. Perché per contrastare davvero la violenza sulle donne, dobbiamo cambiare ciò che insegniamo ai bambini. E se questo mio pensiero vi aiuterà un attimo a riflettere, qualcosa avremo già iniziato a smuovere insieme».

