C’è un momento, in cui il vento smette di avere fretta e il mare trattiene il fiato. Dopo giorni di tempesta, il cielo si apre come una ferita che finalmente guarisce, lasciando filtrare una luce calda, dorata, che accarezza ogni cosa. In quello spazio sospeso, due sedie vuote siedono una accanto all’altra, rivolte verso l’orizzonte. Non parlano, eppure raccontano.
Sono così vicine da sembrare complici. Hanno affrontato insieme la furia del vento e gli schizzi salati delle onde, restando ferme, fedeli al loro sguardo verso il mare. Davanti a loro, lo Stretto si distende in un silenzio nuovo, come se anche lui avesse bisogno di riposo. Il tramonto scende piano, tingendo l’acqua di rame e di rosa, e ogni colore sembra una carezza dopo lo schiaffo della pioggia.
Quelle sedie vuote non sono assenza, ma attesa. Parlano di mani che si sfiorano, di parole dette a metà, di respiri che si cercano quando il mondo si fa fragile. Guardano l’infinito e lo fanno insieme, come se l’amore fosse proprio questo: restare, uno accanto all’altro, anche quando il cielo si oscura. E poi, senza rumore, accogliere la luce che ritorna.