C’è un momento, sul lungomare, in cui la natura smette di sussurrare e comincia a parlare con voce ardente. Le colonne di Opera, piegate dal vento impetuoso, sembrano inchinarsi a una forza invisibile, come dame eleganti sorprese da un amante irruento.

La pietra resiste, ma non senza mostrare la grazia della resa, in un equilibrio fragile tra fermezza e abbandono. Sullo sfondo, il mare in tempesta si gonfia d’orgoglio e di desiderio, sollevando onde scure che si infrangono contro la riva con la passione di un cuore inquieto.

L’aria sa di sale e promesse infrante, di orizzonti lontani e ritorni sospirati. Eppure, in questa furia, c’è una struggente tenerezza: il vento accarezza ciò che scuote, il mare abbraccia ciò che minaccia. È un dialogo antico, un corteggiamento selvaggio che trasforma il paesaggio in poesia, ricordandoci che anche nella tempesta vive un battito d’amore.