«Il mental coaching oggi è una necessità, non un vezzo. Serve a rimettere ordine, a restituire consapevolezza alle persone». Ospite di A tu per tu dagli studi de ilReggino.it, Filippo Vadalà – mental coach e terapista ABA – racconta il suo lavoro come responsabile dell’associazione MentalSportAut, muovendosi lungo un confine delicato che tiene insieme sport, formazione e autismo, crescita individuale e responsabilità sociale.

Il punto di partenza resta sempre lo stesso. «Io parto dalla consapevolezza. Se non sai chi sei, non puoi costruire nulla, né nello sport né nel lavoro né nella vita». Il mental coach, spiega, è una figura trasversale. «Affianca imprenditori, aziende, sportivi, ma anche persone comuni che sentono il bisogno di ritrovare una direzione». Un lavoro che incide sui contesti e sulle relazioni. «In molti ambienti si è persa l’identità del lavoro che si fa. La crescita personale serve a recuperarla».

Il discorso si allarga al piano culturale. «Già negli anni Novanta l’Organizzazione Mondiale della Sanità parlava di life skills: empatia, conoscenza di sé, capacità di comunicare». Competenze oggi richieste anche nei processi di selezione. «Sembrano strane solo perché non siamo stati educati a considerarle centrali». Un vuoto che pesa soprattutto nei contesti educativi e sanitari. «Se non hai consapevolezza di quello che fai, come puoi comprendere gli altri?».

Nel mondo dello sport, soprattutto nel calcio, questo approccio diventa decisivo. «Lavoro con tanti ragazzi e la prima cosa su cui interveniamo è capire chi sono davvero. Prima di chiederti dove vuoi arrivare, devi sapere da dove parti». È lì che nasce la motivazione autentica. «Quando modifichi il tuo modo di pensare, cambia anche ciò che ti circonda. Il pensiero è una potenza enorme».

Il tono cambia quando l’attenzione si sposta sull’autismo. «L’incontro con i bambini nello spettro mi ha cambiato la vita. Pensiamo di insegnare a loro, invece sono loro a guidare noi». Un’esperienza quotidiana che ribalta prospettive. «Ogni bambino ha un modo suo di comunicare, di esprimere emozioni. La difficoltà nasce quando l’ambiente non riesce ad entrare nel suo mondo».

Il freno, chiarisce, è spesso esterno. «Sono gli adulti, i genitori, gli insegnanti, il contesto che diventa un limite. E a pagarne il prezzo sono sempre i bambini». Da qui il richiamo all’empatia. «Comunicare significa saper leggere gesti, segnali, intenzioni. Parlare non vuol dire solo usare le parole».

Da questa visione nasce anche il libro Io parlerò. «È nato per rendere semplice ciò che viene raccontato come complesso. Le famiglie sono sommerse da acronimi e definizioni, avevano bisogno di praticità». Un messaggio che scardina pregiudizi. «Ognuno comunica a modo suo. Sta a noi imparare a leggere quel linguaggio».

Attraverso MentalSportAut, Vadalà lavora soprattutto nelle periferie, accanto a famiglie spesso lasciate sole. «Il messaggio che cerco di dare è uno solo: non siete soli. L’ascolto cambia le cose». Parole che restano. Perché parlare di mente, sport e autismo significa parlare del modo in cui una comunità decide di crescere e di prendersi cura del proprio futuro.