Torna con determinazione a parlare di antimafia penitenziaria il garante regionale delle persone private della libertà personale della Calabria, l’avvocato Giovanna Russo. Un tema che, sottolinea, oggi è più che mai urgente. Da nord a sud c'è una realtà che soffoca, una realtà che non consente di riformare, una realtà che non consente di migliorare e di rimanere in emergenza.

Russo richiama il necessario equilibrio tra diritti e sicurezza: «Noi sappiamo che il tema del trattamento penitenziario costituzionalmente garantito non può prescindere dal tema della sicurezza, lo abbiamo detto più volte. E il tema dell'antimafia è centrale per il ripristino di quella che è la legalità all'interno degli istituti».

Un richiamo netto, che però non si traduce in una critica all’azione dello Stato: «Questo non significa che lo Stato sta facendo i passi indietro, ma certamente che dobbiamo riorganizzare tutto un sistema che probabilmente nel tempo e negli anni ha, come dire, subito delle incrostazioni che oggi deteriorano quella che è non solo la vita delle persone private della libertà personale».

Il quadro descritto è preoccupante e concreto: «Lì dove abbiamo traffico di stupefacenti, lì dove entrano telefonini, ma che compromettono anche la vita e la sicurezza del personale di polizia penitenziaria».

Per il garante, il concetto di antimafia penitenziaria non è astratto: «è concretezza dell'agire quotidiano, perché all'interno dei nostri istituti di pena si ripristini sempre più quel principio di democrazia, dove la certezza della pena viene anche costituzionalmente garantita da quel bilanciamento di umanizzazione della pena».

Non solo repressione, ma anche cultura e responsabilità condivisa: «L'antimafia penitenziaria vuole essere un traino culturale, nel quale non abbiamo paura di dire come stanno le cose, perché non significa individuare meramente le problematiche dettate da un'alterazione, dal rintracciare sostanze che non debbono entrare in carcere, piuttosto telefonini o quant'altro».

L’obiettivo è più ampio e strutturale: «Significa andare nella direzione di una rieducazione alla legalità dentro le mura. Noi dobbiamo fare indietreggiare, senza sé, senza ma, la criminalità organizzata e la pervasività delle mafie dentro le carceri. E a questo compito siamo chiamati tutti. Le istituzioni non possono, certamente, fare un passo indietro».

Accanto alla sicurezza, Russo insiste sul tema del supporto e della costruzione di una nuova consapevolezza: «Un tema fondamentale. Il supporto è un altro aspetto e va costruito perché quando per la prima volta ti addossi la responsabilità di parlare di antimafia penitenziaria c'è una cultura, che non è soltanto l'aspetto repressivo, da costruire».

Una cultura che deve affiancare il lavoro della magistratura: «Non va meramente demandato alla magistratura perché noi la magistratura, la dobbiamo supportare lì dove ci rendiamo conto che c'è un fatto sociologico, antropologico che va contrastato con la cultura della legalità dentro gli istituti».

Un passaggio importante è stato già avviato in Calabria: «Tutto questo necessita di una conoscenza più approfondita lì dove dobbiamo portare il tema sui tavoli istituzionali. Questo in Calabria non era mai avvenuto. Lo abbiamo fatto, è stata la prima audizione quella in Commissione Antindrangheta».

Infine, il monito più forte: «Se è vero com'è vero che noi vogliamo liberare la Calabria da quella che è la pervasività delle mafie, dobbiamo essere consapevoli che la pervasività non tocca soltanto i territori all'esterno, ma addirittura dall'interno del carcere si comanda».

Da qui la necessità di un’azione coordinata e profonda: «Noi dobbiamo in maniera coesa veramente destrutturare il problema e andare al nocciolo della questione e a livello interistituzionale lavorare per liberare i nostri territori perché il dentro e fuori le mura è collegato. Questo lo dobbiamo dare come dato certo e dobbiamo, su questi dati, non solo studiare ma intervenire».