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«Sono qui per me, ma soprattutto per tutte le donne vittime di violenza. Anche per quelle che non ci sono più, morte di femminicidio». Le parole di Anna Maria Scarfò risuonano forti, pronunciate con una voce spezzata dall’emozione ma salda nella convinzione. A Reggio Calabria, nel cuore della settima edizione del Premio Antonino Scopelliti, la giovane donna – oggi adulta, determinata, consapevole – riceve il prestigioso riconoscimento della Fondazione alla “Resistenza, all’impegno e alla testimonianza contro le mafie“. È un momento denso, intimo e pubblico insieme. Il ritorno in una terra che per troppo tempo l’ha fatta sentire sola, ma che oggi le tende la mano.
«Non me l’aspettavo. Vibro dentro, sono come una corda di violino. Questo premio mi abbraccia. Mi fa capire che Anna Maria non è andata nel dimenticatoio», confessa dal palco, stringendo il riconoscimento tra le mani. Un riconoscimento che la Fondazione Scopelliti ha voluto dedicarle con parole piene di luce: «Anna Maria è una testimone di giustizia, una sopravvissuta, una combattente. Ha trovato la forza di denunciare i suoi aguzzini, sfidando non solo chi l’aveva violentata, ma anche l’omertà di un intero contesto che avrebbe voluto ridurla al silenzio».
Aveva solo dodici anni quando è stata violentata da un branco. Da allora, la sua vita è stata un susseguirsi di tribunali, scorte, fughe, silenzi assordanti e ferite che non si rimarginano. Lo Stato, in molti momenti, l’ha lasciata sola. «Ho avuto un abbandono. Ho sentito che lo Stato mi ha voltato le spalle quando più ne avevo bisogno», dice. Ma non ha mai smesso di credere nella legalità come scelta di vita, né di battersi perché nessun’altra subisse quello che ha vissuto lei.
A chi le chiede oggi quale sia il suo messaggio per le donne che hanno paura, risponde senza tentennare: «Non siamo sole. C’è sempre qualcuno che ci affianca. Dobbiamo lottare, combattere, credere in quello che facciamo. Questa serata lo dimostra: c’è gente che crede in noi e ce la possiamo fare».
Nel suo sguardo c’è un dolore che non si cancella, ma anche una luce diversa: quella di chi ha trasformato la sofferenza in testimonianza. Di chi ha scelto di restare in piedi, mentre attorno si faceva il vuoto. Di chi continua a parlare nonostante tutto, per sé e per chi non può più farlo. «Ho seguito anche altri casi, come quello di Seminara. È simile al mio. A quelle ragazze voglio dire: non abbiate paura. Credete nella giustizia. Credete nella legalità».
Il Premio Scopelliti, intitolato al Magistrato reggino ucciso proprio per aver creduto nella giustizia fino in fondo, trova nella storia di Anna Maria un’eco potente. Due nomi, due volti, due ferite aperte nel cuore della Calabria. Ma anche due semi di coraggio civile che, nel silenzio, continuano a germogliare. Perché anche nel buio più profondo – come recita la motivazione del premio – c’è chi ha il coraggio di accendere una luce.

