Fa tappa anche alla Mediterranea di Reggio Calabria l'iniziativa "Le Università per Giulio Regeni", promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, nel decennale della tragica scomparsa del ricercatore ucciso al Cairo, appena ventottenne

« Nessuna verità è negoziabile. I genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, la loro avvocata Alessandra Ballerini, hanno chiesto conto “da soli” a un regime, dimostrando che con coraggio e determinazione la verità, seppure faticosamente, viene sempre a galla. Anche la verità più scomoda ». La scienziata e senatrice a vita, Elena Cattaneo, approda anche in riva allo Stretto per la giornata alla libertà di studio e di ricerca in memoria Giulio Regeni, nel decennale della sua tragica scomparsa. Parla a studentesse e studenti nell'aula Quistelli dell'università Mediterranea di Reggio Calabria , per ricordare quanto siano importanti la consapevolezza e la responsabilità. Quanto le persone, come la famiglia Regeni e la loro legale  che hanno sfidato da sole un regime mentre cinque governi italiani, al netto dell'unico gesto dignitoso e coraggioso del governo Renzi con ministro degli Esteri Gentiloni ossia il richiamo dell'ambasciatore Maurizio Massari – non lo hanno fatto , possono essere incisivi nella Storia e restituire Verità ai fatti . «Per ognuno di noi c'è un metro quadrato di spazio, prezioso e da usare bene per non essere irrilevanti, per non restare indifferenti e invece essere responsabili .

I genitori di Giulio sono stati un esempio in questo perché la loro ricerca si è fatta carico della nostra libertà, della realtà dei fatti che ci circondano e ci riguardano e anche delle libertà di fare ricerca soprattutto quando essa è scomoda, com'era evidentemente quella condotta da Giulio », ha rimarcato ancora la senatrice Elena Cattaneo.

Università Mediterranea Reggio Calabria per Giulio Regeni 22 maggio 2026

Giulio, la ricerca scomoda, le bugie e i sospetti

Anche la Mediterranea di Reggio Calabria, tra le “Università per Giulio Regeni" coinvolte nel ciclo di incontri partito ad aprile dall'università Statale di Milano con l'hashtag scelto per i social è #UniversitàperGiulio e dedicato alla storia del giovane in Egitto per condurre una ricerca sui sindacati indipendenti dopo la caduta di Mubarak e durante l'era dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi, in carica dal 2014, a seguito del colpo di Stato che aveva deposto il successore di Mubarak, Mohamed Morsi, eletto democraticamente nel 2012.

Sparì il 25 gennaio 2016, qualche giorno dopo il suo ventottesimo compleanno e nel quinto anniversario della “Rivoluzione del 25 gennaio” che nel 2011, in piena Primavera Araba , con la mobilitazione di milioni di cittadini e dopo 18 giorni di protesta, aveva portato alla storica caduta del presidente Hosni Mubarak. Il suo corpo denudato e deturpato da atroci e prolungate torture, fu ritrovato nove giorni dopo, il 3 febbraio 2016, ai margini di strada in una desolata periferia del Cairo.

Da allora i genitori di Giulio  non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia, sfidando "da soli" la tracotanza del regime egiziano, che ancora oggi nega la piena collaborazione inizialmente assicurata inizialmente alle indagini e le attività di controllo e pedinamento alle quali era stato sottoposto Giulio. Ancora oggi  protegge gli imputati faticosamente mandati a processo in Italia. Macigni su questa tragica vicenda,  sulla quale pesano anche atroci violenze, gravi tradimenti, i pesanti depistaggi. Dall'incidente stradale al tentativo di inscenare il tragico epilogo di un festino omosessuale e infine il ritrovamento dei suoi effetti personali nel domicilio di una banda criminale, sterminata in un improbabile conflitto a fuoco per favorire la chiusura di un caso che iniziava a dare fastidio.

Per i genitori, Claudio e Paola, tante furono le verità da ristabilire.

Laureato in Arabic e Politicis a Leeds all'università di Cambridge, era in Egitto per condurre da libero ricercatore, dunque non "inviato", non giornalista, non attivista, non spia di qualsivoglia servizio segreto, la sua ricerca. Ma fu rapito con la complicità delle autorità egiziane, trattenuto illegittimamente, interrogato, torturato e alla fine ucciso. Avrebbe dovuto confessare di essere ciò che non era, cioè una spia.

Era un cittadino straniero che parlava arabo e che mostrava uno spiccato interesse per i sindacati indipendenti, in particolare per quelli degli ambulanti. Ciò in quel regime lo rendeva sospetto. E in un regime in tanti diventano informatori, per paura o per beneficio. Uno di loro, forse, anche più di uno, aveva segnalato Giulio.

"Giulio Regeni - Tutto il male del mondo"

Nell'aula magna Antonio Quistelli hanno risuonato le voci di chi questa tragica storia ha contribuito a portarla alla luce, lottando contro chi la tiene (e ancora la tiene nascosta) e contro chi è rimasto (e ancora rimane) inerte. Una storia che espone ogni cittadino, ogni cittadino e la nostra democrazia a un pericolo grave e costante.

Università Mediterranea Reggio Calabria per Giulio Regeni 22 maggio 2026

La proiezione speciale del potente documentario "Giulio Regeni - Tutto il male del mondo", prodotto da Fandango e Ganesh Produzioni, diretto da Simone Manetti e scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi,  ha ricostruito la verità giudiziaria sul rapimento e sull'omicidio del giovane ricercatore italiano.

«Nell'ultima foto scattata il 15 gennaio, nel giorno del suo compleanno, Giulio era felice, in compagnia dei suoi amici al Cairo. Una immagine che però cerco costantemente di sovrapporre a quella del suo volto come è stato restituito dall'Egitto. Quel viso così bello, aperto, solare, era diventato piccolo, piccolo piccolo. Io e Claudio lo abbiamo baciato e accarezzato ma su quel viso ho anche visto il male. Tutto tutto il male del mondo si è riversato su di lui, perché?», si chiede la mamma, Paola Deffendi in uno degli interventi riproposti nel documentario.

Un'iniziativa fortemente voluta dal rettore dell'università Mediterranea di Reggio Calabria, Giuseppe Zimbalatti. « Doveroso per la nostra comunità accademica aderire a questa iniziativa e aprire l'ateneo alla città e alle tante scolaresche oggi intervenute e partecipi. Una giornata importante che ci ha consentito di  approfondire i fatti e di misurarne la gravità . Fortunatamente, viviamo in un Paese e in un Continente in cui la ricerca è libera , non priva di condizionamenti di carattere politico, ma comunque libera. Noi abbiamo relazioni anche con università di Paesi nei quali questa libertà non c'è. Ci onoriamo di poter essere cassa di risonanza proprio di ricercatori e professori di questi paesi che, anche per il nostro tramite, mettono a frutto il loro ingegno attraverso i risultati della ricerca », ha sottolineato il rettore Giuseppe Zimbalatti.

Dopo la proiezione un momento di confronto riflessione organizzata dalla Scuola di Dottorato dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria e coordinato dal direttore Felice Arena con gli interventi della scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo (università Statale di Milano) e di Marina Mancini, docente di diritto Internazionale presso il dipartimento Digies della Mediterranea.

Una storia da conoscere per custodire la Democrazia

«La storia di Giulio Regeni – ha sottolineato la senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo – è la storia di un giovane appassionato alla ricerca di risposte alle sue domande . Per me una bussola che ci spiega che i diritti non sono concessioni e che la verità non è negoziabile , che la difesa del  dovere di uno Stato di reclamare verità e giustizia è sacrosanta. Questa storia ci ricorda quanto importante sia non solo la ricerca della verità, ma anche il dovere di custodire questi valori nel proprio paese e nella propria democrazia . A volte i nostri governi sono distratti o poco pronti a farsi carico delle responsabilità, come nel caso di Giulio Regeni in cui una famiglia e un'avvocata da soli chiedono conto a un regime delle sue azioni, dopo aver preso per mano un Paese che governo dopo governo si è invece voltato dall'altra parte.

Università Mediterranea Reggio Calabria per Giulio Regeni 22 maggio 2026

L'università Mediterranea di Reggio Calabria è stata la 63ª tappa del percorso negli atenei ed è stata anche l'occasione per richiamare la comunità civile al diritto e al dovere di sapere e di conoscere Giulio Regeni e la sua storia . A oggi non ci sono ancora tutte le risposte e io credo che questa adesione così globale, totale, immediata delle 76 università italiane sia un segnale importante, splendido , che dimostra ancora una volta che il nostro Paese è culturalmente vivo e attento e chiede verità e giustizia », ha sottolineato ancora la senatrice a vita Elena Cattaneo che ha invitato i ragazzi a prendere posizione attiva su questa storia, a compiere un gesto, un atto. «Una presa in carico ci permetterebbe di vincere tutti e di trasformare l'emozione in responsabilità e l'indignazione in partecipazione».

«L'integrità, stare dalla parte giusta mentre nessuno ti vede»

«Giulio ci insegna cosa sia davvero l'integrità. Non è solo stare dalla parte giusta ma farlo anche e soprattutto quando nessuno di vede. Nel documentario abbiamo visto e ascoltato il dialogo tra lui e il capo del sindacato dei venditori ambulanti che cerca di corromperlo. Chiede dei soldi e Giulio non asseconda la richiesta  e spiega che il progetto si avvale di risorse pubbliche il cui impiego prevede procedure e finalità specifiche. Così risponde, ma non sa di essere ripreso. Ecco cosa è l'integrità», ha evidenziato con commozione la senatrice a vita Elena Cattaneo.

Purezza, tradimenti e generosità

«Di questa storia mi colpiscono la purezza, i tradimenti e la generosità . La purezza di Giulio - ha spiegato la professoressa Marina Mancini - che cerca di condurre la sua indagine su un tema evidentemente ad elevata sensibilità per il governo di al-Sisi.  Ma c'è anche il tradimento del presidente del sindacato degli ambulanti che lo segnala ai servizi segreti e dell'avvocato, suo coinquilino e capo casa, che riceve la visita dei Servizi a cui fa avere i documenti di Giulio e non gli dice nulla circa quella visita, notizia che avrebbe forse potuto salvargli la vita . Ed è anche però una vicenda di generosità, quella dei testimoni. Essi stessi vittime di arresti arbitrari, torture, che hanno trovato la forza e il coraggio di raccontare e di testimoniare, superando la paura della vendetta del regime. Un regime che, purtroppo come i regimi militari abitualmente fa utilizzo della tortura, della sparizione forzata come strumento di azione di controllo della popolazione . Anche per loro il diritto all'accertamento della verità sulla morte di Giulio ha prevalso su tutto », ha sottolineato la professoressa Marina Mancini.

La potenza “dolorosa” dei racconti

Il documentario raccoglie le testimonianze di coloro che hanno visto Giulio dopo il suo sequestro . Sono racconti molto forti oltre che molto coraggiosi . I suoi interrogatori vengono descritti come molto violenti e particolari perchè svolti alla presenza di massime cariche militari . Gli viene più volte chiesto,  come e dove aveva imparato a resistere agli interrogatori in quel modo. I testimoni raccontano di averlo sentito rispondere in italiano e poi di non averlo più sentito parlare.  Parole che sono lame  e che  restituiscono immagini terribili di un giovane che deve avere passato dei giorni di inferno. Rispondeva nella sua lingua, Giulio, la lingua del suo Paese. Ma dov'era il suo Paese allora, mentre non lo proteggeva e dov'è adesso che ancora consente all'Egitto di proteggere invece i suoi aguzzini?  E infine si riferisce del maggiore Magdi Ibrahim Abedal Sharif che seduto a un tavolo di un ristorante in Kenya dice di «aver fatto a pezzi il ricercatore italiano».

Proposti, nel documentario, anche alcuni stralci delle 28 udienze dei 17 mesi di processo in cui sono stati sentiti 38 testimonianze. Tra loro anche il reggino, all'epoca sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega ai Servizi segreti, Marco Minniti: «Giulio Regeni stava facendo un legittimo chiaro, sacrosanto lavoro di ricerca. Può succedere che in un regime autoritario, dopo un colpo di Stato, anche la ricerca costituisca una minaccia. Questa è la paranoia dei regimi autoritari e questo è ciò che li differenzia da una democrazia. Chiamiamo le cose con il loro nome».

Smentisce qualsiasi incarico in seno ai servizi segreti inglesi e italiani anche Alberto Manenti, ex direttore Aise: «Non lo conoscevano. Non era un nostro agente».

Il processo e le contraddizioni del nostro “paese Democratico”

Un'occasione anche per fare il punto sul processo coraggiosamente e faticosamente incardinatosi in Italia nel davanti alla Corte d'Assise di Roma nel 2024. Quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani, Tariq Sabir, i due collonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e il maggiore Magdi Ibrahim Abedal Sharif, imputati  in contumacia a causa della mancanza di cooperazione dell'Egitto che non ha mai fornito gli indirizzi per poter notificare gli atti processuali.

Un processo che mostra del nostro Paese tutta la sua contradditorietà: la forza di una famiglia, di un'avvocata, di una comunità che si è mobilitata nelle piazze e nelle strade e di una magistratura che non demordono per accertare una verità che il regime egiziano vorrebbe soffocare, da una parte; dall'altra  la debolezza di un governo (anzi cinque dal 2016 a oggi, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, passando per Giuseppe Conte, Mario Draghi e oggi Giorgia Meloni) che invece resta inerte.

«Non inviare – ha spiegato Marina Mancini, docente di diritto Internazionale presso il dipartimento Digies della Mediterranea - alcuna nota ufficiale per la violazione della convenzione contro la Tortura, non riduce l'organico dell'ambasciata in Egitto, misura intermedia rispetto a un nuovo richiamo dell'Ambasciatore in segno di disagio, e che neppure mette in atto in extremis le misure pure previste dalla convenzione internazionale contro la tortura (pretesa di asserzione della violazione, richiesta di arbitrato sulla definizione della controversia, ricorso unilaterale e alla Corte internazionale di Giustizia) per obbligare l'Egitto a collaborare».

Università Mediterranea Reggio Calabria per Giulio Regeni 22 maggio 2026

Un'inerzia che si riflette sulla stessa Europa, non ostante alcune risoluzioni di Parlamento europeo, rimasta all'ombra di uno Stato membro di cui Giulio era cittadino, incapace di iniziativa forti e risolute. Con ogni probabilità si avrà una sentenza di condanna che accerterà una verità e che tuttavia non avrà giustizia.

Le sentenze storiche della Corte costituzionale e il diritto alla Verità

Le persone, che l'intervento storico della Corte Costituzionale ha reso eccezionalmente processabili nonostante l'impossibilità di dimostrare l'effettiva conoscenza del giudizio a loro carico vista l'accusa per crimini contro l'umanità , se condannate non saranno mai consegnate alle carceri italiane. Ha ritenuto, in questo caso eccezionale e specifico, prevalente il diritto all'accertamento della verità rispetto alla tutela del diritto dell'imputato a essere presente ea partecipare al processo.

Ma non è stata l'unica pronuncia storica della Corte Costituzionale . Il processo infatti era stato sospeso nell'ottobre 2025. Era stata  sollevata la questione di legittimità circa la possibilità per difensori d'ufficio dei quattro imputati di nominare dei periti di parte a spese per Stato . La Corte costituzionale si è pronunciata a gennaio statuendo ancora una volta eccezionalmente, che in caso di processo per atti di tortura nei confronti di persone assenti e di cui non si ha la prova della conoscenza del processo a causa della mancata cooperazione da parte del loro governo , lo Stato può anticipare le spese. Il processo ha ripreso ea febbraio scorso è stato così nominato un consulente d'ufficio.

Verso una Verità senza Giustizia

«Il processo - ha spiegato ancora la professoressa  Marina Mancini  - volge adesso  alla conclusione con una sentenza attesa tra l'estate e l'autunno prossimi. La requisitoria fissata per il 23 e 24 giugno  alla quale seguiranno gli interventi delle parti civili e le discussioni da parte dei difensori d'ufficio degli imputati assenti, dei difensori delle parti civili, quindi dei famigliari di Giulio, e dell'avvocatura di Stato, essendosi la presidenza del Consiglio dei Ministri costituitasi parte civile.

I capi d'imputazione di cui sono chiamati a rispondere sono quelli che è stato possibile formulare sulla base della nostra legislazione. Si auspica che il nostro legislatore introduca anche la categoria dei crimini contro l'umanità che ancora manca nel nostro ordinamento . Per via di questo, attualmente gli imputati sono chiamati a rispondere tutti di sequestro di persona pluriaggravata in concorso e con altri soggetti non identificati,  per aver bloccato Giulio Regeni nella metropolitana del Cairo il 25 gennaio e averlo sequestrato per nove giorni fino al 2 febbraio , quando sarebbe avvenuta la sua uccisione. Il maggiore Magdi Ibrahim Abedal Sharif è imputato anche di lesioni gravi e omicidio pluriaggravato in concorso con altri soggetti non identificati,  per aver sottoposto appunto a lesioni con atti crudeli e mezzi violenti, il povero Giulio fino a provocarne la morte .

Non è stata contestata, e non può essere contestata, la sparizione forzata in quanto tale poiché il nostro legislatore non ha introdotto questa fattispecie criminosa nel nostro ordinamento, nonostante l'Italia sia diventata parte della specifica convenzione delle Nazioni Unite.

Non è stato possibile contestare il reato di tortura che pure oggi è previsto dal nostro ordinamento, perché nel 2016 quando si sono verificati i fatti questo non era stato ancora interodotto . Fin tanto che il dittatore Al-Sisi resterà alla guida dell'Egitto è estremamente difficile che i quattro imputati, se condannati, possano scontare solo un giorno di carcere .

Se e quando l'Egitto si aprirà verso un percorso democratico, forse le cose potranno cambiare .

La presidenza del Consiglio dei Ministri si è costituita parte civile nel processo  per chiedere il risarcimento dei danni morali e immateriali per la lesione dell'interesse dello Stato alla protezione del suo cittadino . E tuttavia l'immagine e la dignità dello Stato italiano risultano un pò offuscate da questa vicenda , dal momento ché l'Italia non è stata in grado di ottenere dal partner egiziano la cooperazione che era obbligato a dare nelle indagini per accertamento della verità su Giulio », ha concluso Marina Mancini, docente di diritto Internazionale presso il dipartimento Digies della Mediterranea, che in vista delle requisitorie di giugno prevede di dedicare un approfondimento con le sue studentesse e i suoi studenti.

«Un corpo che ha raccontato tutto quello che Giulio non poteva più raccontare»

Il documentario si conclude con le parole in aula del procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco:

«Il quadro complessivo  emerso è quello di una ragnatela che pian piano tra settembre 2015 e il 25 gennaio 2016 si è stretta attorno a Giulio Regeni da parte degli imputati. Ragnatela creata sia direttamente attraverso l'acquisizione del passaporto di Regeni a sua insaputa, dalla perquisizione in sua assenza del domicilio, da pedinamenti, fotografie, videoregistrazione. A seguito di questa attività, gli imputati ci sono erroneamente convinti che Regeni fosse una spia inglese mandata per fornire finanziamenti ai sindacati vicini ai Fratelli musulmani così da determinare e attuare l'intento di sequestrarlo (...).  Dunque un cittadino italiano è stato non solo ucciso, da quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, secondo quanto da noi ricostruito,ma è stato per nove giorni torturato. Il 3 febbraio il corpo di Giulio Regeni vede ritrovato sul margine di una strada denudato e deturpato dalle orrende torture subite. Un corpo che ha raccontato tutto quello che Giulio non poteva più raccontare».