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Un pomeriggio di confronto, formazione e consapevolezza. La Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria ha ospitato un incontro formativo dedicato ai giovani in divisa che, domani, saranno chiamati a rispondere alle emergenze, ad accogliere le denunce e, soprattutto, a riconoscere i segnali spesso silenziosi delle donne vittime di violenza. Un appuntamento che ha visto la partecipazione delle operatrici del Centro antiviolenza “Angela Morabito” dell’associazione Piccola Opera Papa Giovanni Onlus, attivo sul territorio reggino da oltre vent’anni, organizzato dal Network LaC e moderato dalla vicedirettrice de ilReggino.it e giornalista del network Elisa Barresi.
Un momento fortemente voluto dal Colonnello Vittorio Carrara, comandante della Scuola Allievi, che insieme alla psicologa della Scuola Allievi Tenente Federica Castello, che già segue i ragazzi in percorsi specifici, ha aperto le porte dell’istituto non solo alla formazione militare, ma anche all’approfondimento umano. 840 giovani allievi Carabinieri hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con le professioniste non solo ascoltando gli interventi ma partecipando ad una attenta discussione e ponendo domande mirate e pertinenti frutto di un percorso di formazione in continua evoluzione, come sottolineato anche dal Maggiore Borghetto.
«Per aiutare davvero queste donne – ha spiegato il Colonnello Carrara – bisogna avere uno sguardo diverso. Per questo abbiamo chiesto la presenza del centro antiviolenza: per integrare la preparazione tecnica con un contributo innovativo, capace di arricchire l’esperienza e le conoscenze dei nostri allievi». Un’alleanza inedita, eppure necessaria. Perché di fronte a un fenomeno che non accenna a diminuire, serve formare chi ogni giorno è sul campo. A cominciare da chi, come i carabinieri, rappresenta per molte donne la prima porta a cui bussare. Ed è qui che entra in gioco il valore di una formazione che non si limiti all’aspetto procedurale o repressivo, ma che tocchi le corde della consapevolezza e dell’empatia. Perché ogni parola sbagliata può generare chiusura, ogni sguardo frettoloso può trasformarsi in una nuova ferita.
«La valutazione del rischio è la prima tappa fondamentale per proteggere le vittime – ha spiegato l’avvocatessa Vincenza Corasaniti, legale dello sportello di Ardore del C.Av. Angela Morabito –. Spesso non si utilizzano strumenti adeguati, o non si conoscono affatto. Per questo abbiamo deciso di condividere con questi ragazzi anche strumenti pratici, come il questionario di valutazione del rischio, che può aiutare a individuare i fattori di vulnerabilità e prevenire situazioni estreme». La legale del centro ha inoltre sottolineato quanto sia importante che l’intervento delle forze dell’ordine sia tempestivo, coordinato, e basato su protocolli condivisi con chi opera sul campo dell’assistenza. «Ogni dettaglio, anche il più piccolo, può rivelarsi determinante per salvare una vita».
Tempestività ed attenzione ai dettagli che ha ribadito anche Francesca Mallamaci, assistente sociale e coordinatrice del centro antiviolenza e della casa rifugio. «Una donna che ha subito violenza ha paura, ha vergogna, ha il terrore di non essere creduta. L’approccio corretto può fare la differenza tra una denuncia e un nuovo silenzio. Per questo siamo contenti di essere qui, a cominciare un percorso che insegni l’importanza dell’ascolto». La Mallamaci ha raccontato come, ogni giorno, nei centri d’ascolto e nelle case rifugio, le operatrici si trovino a ricostruire la fiducia andata perduta, spesso dopo anni di soprusi. «Un carabiniere formato a questo tipo di ascolto può cambiare il corso della storia di una donna». Può salvargli, letteralmente, la vita.
E ascoltare, nel senso più profondo del termine, significa anche riconoscere che tante donne non sanno nemmeno a chi rivolgersi. «Molte donne – ha raccontato Amelia Mazzitelli, psicologa e psicoterapeuta del centro – non conoscono l’esistenza stessa dei centri antiviolenza, né che cosa sia un certificato di violenza. Essere qui oggi significa anche dare un messaggio: è possibile chiedere aiuto. Ma per farlo serve qualcuno che sappia accogliere quella richiesta, senza giudizio, senza fretta, senza superficialità». La dottoressa ha poi parlato dell’importanza del primo contatto: «È in quei primi cinque minuti di dialogo che una donna decide se fidarsi o no. Ed è lì che si gioca tutto». Una carezza ed una mano tesa che possono significare molto.
In questo, la rete tra istituzioni si rivela decisiva. Il centro antiviolenza da solo non basta. Oggi più che mai «Bisogna fare rete, sempre. Il rapporto con le forze dell’ordine, con i servizi sociali, con i tribunali, con la scuola e l’informazione è indispensabile. Nessuno può farcela da solo».
Una rete che passa anche dall’impegno della Fondazione Antonino Scopelliti, e che Maria Cristina Altomonte ha raccontato partendo dall’esempio delle esperienze di queste ultime settimane, che hanno visto le donne ospiti della Casa Accoglienza e Centro Suor Antonietta Castellini della Piccola Opera Papa Giovanni, protagoniste di una giornata dedicata a loro ed ai loro bambini tra i vigneti della Tenuta Altomonte di Palizzi. «Una giornata apparentemente normale per tutti noi, ma straordinaria per queste donne che sono riuscite a riassaporare una libertà da tempo perduta. È importante che tutti siano consapevoli che ci sono delle realtà di riscatto che permettono il reinserimento sociale e di donne che purtroppo nella loro vita sono state sfortunate». Un impegno che Fondazione Scopelliti vuole portare avanti costruendo nuovi percorsi e nuovi progetti per i soggetti più fragili, praticando la legalità del fare. «Stiamo lavorando ad una proposta importante che guarda non solo alle donne, ma anche ai bambini che rimangono orfani proprio perché figli delle vittime di femminicidio. Sono bambini che perdono tutto: la mamma, il papà, la casa, la rete affettiva. Vanno sostenuti a livello psicologico, giuridico, umano. E vanno ricordati, perché sono le vere vittime accanto a chi non c’è più».
Una rete che quindi non deve essere solo tecnica, ma umana, in grado di accompagnare le vittime passo dopo passo, senza lasciarle mai sole. Un percorso che vede nell’intervento delle Forze dell’Ordine il suo punto di partenza, uno strumento di cui i Carabinieri di oggi e di domani devono essere ben consapevoli per rendere ancora più efficace e salvifico il proprio intervento.
Anche per questo, l’informazione ha scelto di esserci. Ed alla chiamata della Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria il Network LaC ha risposto “presente”. «Abbiamo aperto tutti i nostri canali per supportare questa iniziativa – ha spiegato Elisa Barresi, vicedirettrice de ilReggino.it e giornalista del Network LaC – perché crediamo che sia fondamentale continuare a parlare di violenza sulle donne in maniera professionale, sana e puntuale. Raccontare è già un atto di responsabilità, ma oggi abbiamo scelto di fare un passo in più: essere parte attiva del cambiamento». Oggi più che mai, infatti, è evidente quanto il linguaggio utilizzato dai media possa contribuire o meno a rafforzare gli stereotipi, rendendo necessaria una comunicazione consapevole. «La cronaca – ha aggiunto – deve essere uno strumento di denuncia, non di spettacolarizzazione».
E proprio a partire da questa esperienza, il colonnello Carrara ha rilanciato l’idea di portare l’iniziativa anche fuori dalla Scuola Allievi, coinvolgendo le scuole e gli studenti «Nell’ambito dei nostri percorsi di educazione alla legalità. L’importante è continuare a parlarne, in modo serio e continuativo». Un impegno, insomma, che non si esaurisce in un giorno solo, ma che chiede di essere rilanciato, moltiplicato e condiviso. Perché la prima vera protezione, ancora prima della legge, è la comprensione. E la comprensione si insegna. Così come si insegna il coraggio di essere umani. E con una divisa addosso anche qualcosa in più.

