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«Non sentirete parlare della dottroressa Gaeta ma di Lilia, nella consapevolezza che lei avrebbe voluto così perché una delle caratteristiche di Lilia era proprio quella di annullare le distanze, di adeguarsi all’interlocutore senza perdere mai l’intima consapevolezza del suo ruolo, era l’amica che ti sapeva dare il consiglio giusto, una persona dallo sguardo profondo e curioso, capace di apprezzare la complessità di un film d’autore, ma anche di lasciarsi coinvolgere dalle storie quotidiane raccontate nelle fiction TV. Un equilibrio raro tra riflessione e leggerezza, tra il bisogno di interrogarsi sul senso delle cose e il piacere di farsi raccontare la vita».
Con queste parole Angelina Bandiera presidente della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha raccontato la donna prima ancora che il magistrato Lilia Gaeta. Un momento di ricordo intenso voluto dalla Fondazione Mediterranea che ha dedicato il premio Panuccio proprio a Lidia Gaeta. La presidente Franca Panuccio, infatti, ha deciso di intitolare il premio alla memoria mettendo al centro le testimonianze della famiglia. Presenti le famiglie Gerardis- Gaeta, Luciano, Elisa ed Enrica, che hanno pensato proprio alla Bandiera per tratteggiare un ricordo di Lilia.
«Ho pensato molto a quello che avrei voluto dire di Lilia perché spesso il nostro ricordo, il ricordo della collettività è legato ad un aspetto della sua vita che riguarda il suo modo di affrontare la malattia che pur nella sua eccezionalità è tuttavia parziale e non dà pienamente conto di quella che è stata la grandezza di Lilia e cioè l’essere una grande “donna” intendendo con ciò l’essere madre, moglie, sorella, amica, collega e punto di riferimento della società civile».
Ricordi intervallati dai pensieri di Lidia, dal ricordo della sua abile penna che ha consentito di sentirla ancora presente. «Il suo modo di affrontare la malattia è solo il precipitato, la conseguenza del suo essere donna, delle sue mille sfaccettature, della profondità del suo pensiero caratteristiche che la rendevano non solo persona estremamente affidabile ma anche consapevole dell’importanza della vita alla quale è rimasta attaccata fino all’ultimo istante. Il suo diario dall’Ospedale si ricorda per quello che ha scritto sulle oramai note “Poltrone blu” io invece voglio ricordare un brano diverso:
Dentro e fuori
Poi accade che rivedi una persona cara, un affetto da sempre, una condivisione antica di tanti sprazzi di autentica ed inconsapevole allegria ed, inaspettata, anche di questa battaglia. Solo che l’incontro avviene nel posto sbagliato, proprio qui “dentro” tra flebo, farmaci, medici, attese… mentre la sua presenza “fuori”, come tutte le presenze di chi è entrato e poi uscito da questo girone infernale, è stata costante riserva di coraggio, tasca profonda di sorrisi e di silenzi con il fragore di un affetto incondizionato. Non ho trovato le parole sopraffatta dall’emozione e dalla sorpresa. Te lo prometto amica mia, andremo via da qui, “fuori”, stringerò le tue mani, ci abbracceremo, annusando il vento di scirocco, con l’incanto viola del mare, il sole timido tra i capelli; adesso moltiplichiamo le forze, riprendiamoci la spavalderia e sfidiamo questo “dentro” che soffoca.
O. M. cronache di ordinaria realtà.
Essere giudice è una delle professioni più complesse, perché richiede di mantenere il difficile equilibrio tra il distacco necessario per garantire l’imparzialità e la capacità di non perdere mai l’umanità. Giudicare significa applicare la legge con rigore, ma anche con coscienza, senza dimenticare che dietro ogni fascicolo ci sono persone, storie, dolori, speranze. E Lilia sapeva farlo con un’eleganza rara, con quella sensibilità che la rendeva unica.
Non era solo una giudice attenta e preparata, ma una donna che sapeva ascoltare. Sapeva che la giustizia non è fatta solo di norme, ma anche di comprensione, di rispetto, di sguardi che si incrociano al di là del banco di un’aula di tribunale. Per lei, il diritto non era mai solo teoria, ma una materia viva, che richiedeva cuore oltre che mente ed anzi che necessitava di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Questa sua capacità di ridere di sé la rendeva incredibilmente umana, vicina, vera. Era un modo di essere che trasmetteva fiducia e creava immediatamente un clima di familiarità, quasi come se bastasse scambiare due parole con lei per sentirsi accolti, capiti.
La donna bionica.
Anche l’ultima impegnativa esperienza del mio tortuoso percorso esistenziale, punteggiato da numerose bandierine spillo infilzate in strettissimi tornanti, ripide salite, strade con insidie inaspettate, che nulla tolgono tuttavia ai colori brillanti delle tappe superate, mi ha insegnato qualcosa. Sono certa infatti di potere aspirare, senza timore alcuno, al primato di donna bionica talmente tante sono non solo le cicatrici, ma le viti, le placche metalliche, le protesi, i chiodi, le lamine, i ferri che mi attraversano senza remore da più parti, ferite sempre pulsanti di una guerra estenuante a cui ancora non riesco a dare un senso.
Ormai sono la felicità dei metal detector che strombazzano a distesa al mio passaggio; chi controlla è frastornato, io mi accingo a dar vita ad una spiegazione a questo spettacolo di girandole, tric/trac e sparacoriandoli, cosa assolutamente non semplice in due parole; vengo puntualmente interrotta e mi si chiede solo di togliere le scarpe…si, proprio così…” si tolga le scarpe, che controlliamo”, “cosa?” “I piedi!” “I piedi?” forse l’unica zona iron free; io eseguo e siamo tutti contenti. All’aeroporto JFK qualche anno fa nel timore di incappare nei rigori ostici della severità americana avevo con me cartelle cliniche e relazioni mediche che avrei dovuto peraltro tradurre rischiando equivoci con danni irrimediabili. Adesso con l’ultimo “innesto” mi aspetto però il premio fedeltà e che tutti i metal detector mi dedichino una musichetta a mo’ di banda di paese, del genere Totò e la banda di Caianello, che mi gratificherebbe molto di più.
Lilia non era solo il suo ruolo: era una donna curiosa, vivace, appassionata della vita. Viaggiare, per lei, non era semplice evasione, ma un’esigenza dell’anima, un modo di arricchirsi, di scoprire il mondo e le persone. Amava perdersi tra le strade di una città sconosciuta, lasciarsi sorprendere dai profumi di un mercato, osservare le persone nei loro gesti quotidiani, ascoltare lingue diverse senza bisogno di comprenderle fino in fondo. Pur consapevole della malattia non aveva mai perso la speranza e il suo sguardo continuava a rivolgersi al futuro. Ancora un suo scritto:
Propositi per l’anno nuovo.
Concretezza, ma anche sogno; solidarietà, ma anche un pizzico di salutare egoismo; senso del dovere, intoccabile; gusto del nuovo; indignarsi per non rassegnarsi; diffidenza quanto basta per difendersi; fingere di non capire con le persone irrimediabilmente stupide; sfrenata progettualità; stupirsi ancora e sperare sempre; pazienza infinita; allegria e leggerezza senza sensi di colpa.
Imparare finalmente l’inglese, continuare ad amare Dukan e la sua dieta; leggere Anna Karenina e tutto quello che ha scritto Philip Roth.
E poi, c’era il suo amore per questa città. Non era solo il luogo in cui viveva, era parte di lei, della sua identità. Ogni strada, ogni angolo, ogni scorcio raccontava qualcosa della sua storia, e lei lo restituiva con lo stesso affetto, con quello sguardo attento e appassionato che aveva per tutto ciò che amava. Adorava Reggio, il mare di Reggio e il vento non quello impetuoso ma il venticello sottile che ti scompiglia i capelli e che ti da la percezione del movimento dell’andare avanti. C’è una foto di Lilia, sul terrazzo di casa sua in cui si percepisce visivamente quello che era il rapporto di Lilia con Reggio, con la sua città, con Bocale, il suo mare. Sullo sfondo della foto si vede la città, si percepisce la presenza del vento e si vede Lilia con gli occhi chiusi, con gli occhi che assaporano quel momento che pare trattenere.
Il legane con Reggio era anche con il suo dialetto. Lilia non disdegnava l’uso di singole espressioni dialettali perché, come spesso diceva, rendevano meglio il concetto.
La saggezza che deriva dalla tradizione, dal passato che non è passato ma futuro.
A Reggio rimproverava l’incapacità di andare avanti, di non avere uno sguardo rivolto al futuro. Mi diceva spesso “Gea perché i nostri figli sono stati costretti ad andare via?
I nostri figli…
Dicembre 2021
“Mamma mi fai un panino con la mortadella?” “ Mi cuci questi calzini?” “ Quando torni dal lavoro mi porti un cornetto alla Nutella?” “Mi cucini le polpette al sugo?”” Vediamo insieme “ E’stata la mano di Dio “ su Netflix?” “Dov’è il libro Furore che avevo lasciato qui?”.
Questo vociare andrà lentamente sbiadendo, si allontanerà consegnandomi ai ritmi soliti, all’ordine degli oggetti, dell’ogni cosa al suo posto, scansioni squinternate in un attimo dalla loro presenza, una bacchetta magica luminosa che ribalta per qualche settimana ogni equilibrio sostituendo il mio tempo scandito al loro, scanzonato e disinvolto, il mio bisogno di controllo alle loro oscillazioni così variopinte e imprevedibili, la mia meticolosità, che a volte rasenta la noia, al loro disordine che un tempo mi inquietava e in cui adesso mi immergo per riempirmi di colore; ora dinanzi a nuove funzioni telematiche, a recenti applicazioni sul cellulare spiegate con una pazienza accondiscendente scopro inaspettate maturità, personalità arricchite e che mi arricchiscono, che sollecitano domande interiori su dove fossi quando tutte queste trasformazioni si compivano… rimane una scorta consistentissima di affetto per i giorni malinconici di magra che verranno…
Vorrei chiudere con un pensiero che Lilia ha scritto a proposito di due libri di Erri de Luca (Impossibile… Non ora non qui), uno dei suoi autori preferiti:
«Fermatevi un attimo. Abbandonate questo chiasso carico di ignoranza e pregiudizio, allontanatevi da questa stupida gara tra chi è più abile a spargere affanni ed abbracciate il silenzio; tuffatevi anima e corpo nella poesia, nella tenerezza dei ricordi, nella malinconica consapevolezza che lo scorrere del tempo non restituisce più nulla e che il segreto sta nella pienezza del momento e nella assolutezza della sua perfezione. De Luca è lirica, passione, slancio, affaccio sulla vita in tutti i suoi inaspettati richiami. Senza esitazione fate entrare la sua luce purissima in questo universo così indecifrabile ed ostile. Ne uscirete rigenerati».

