Nel cuore dell’Area Grecanica, a Bova, una minestra antica torna a parlare. Si chiama Purvìa ed è molto più di una ricetta: è un frammento di memoria collettiva che riaffiora dal tempo, legato ai ritmi della terra, alla cultura contadina e a un intreccio profondo tra riti pagani e tradizione cristiana.

La Purvìa nasce come piatto povero per una comunità povera, capace di vivere dell’essenziale e dei prodotti della propria terra. Una preparazione semplice, a base di grano intero e legumi, che veniva cucinata una sola volta l’anno, il 13 dicembre, giorno dedicato a Santa Lucia. Secondo la tradizione, in quella data non si consumavano alimenti ottenuti dalla macinazione, in omaggio alla santa siracusana alla quale, durante le persecuzioni, furono strappati gli occhi. Il chicco di grano bollito, che a fine cottura assume una forma simile all’occhio umano, diventava così simbolo di protezione e ringraziamento.

La preparazione richiedeva tempo, pazienza e rispetto. Il grano secco veniva lasciato in ammollo per una notte e poi cotto lentamente, solo con acqua e sale. I legumi — fagioli, ceci e lenticchie — venivano cucinati separatamente e uniti soltanto alla fine. Nessun eccesso, nessuna scorciatoia: una cucina che rifletteva un modo di vivere, misurato e consapevole.

«La Purvìa è una zuppa che prepariamo come tradizione per Santa Lucia. Il grano, bollito con cura, ha la forma dell’occhio e richiama la protezione della nostra Santa», racconta una residente di Bova. «L’ho scoperta quando ero fidanzata: mio marito me la fece assaggiare portandomi un po’ della preparazione fatta da sua madre. Mi piacque così tanto che decisi di imparare a cucinarla».

Le radici di questo piatto affondano molto più indietro nel tempo, nel periodo greco-romano, quando il grano era al centro dei riti legati all’inizio dell’inverno e al ciclo delle stagioni. Non è un caso che il racconto rimandi a Demetra, dea della terra madre e delle spighe, simbolo eterno dell’alternarsi tra morte e rinascita. Il seme, che muore e rinasce, diventa il filo conduttore di una cultura che ha sempre cercato di spiegare il mondo attraverso la natura.

Preparazioni simili attraversano tutto il Mediterraneo. Nel Sud Italia la Purvìa è parente stretta della Cuccìa, diffusa soprattutto in Sicilia, dove viene proposta in versione dolce con miele e uva passa sempre per Santa Lucia. In Grecia sopravvive nella kòliva, offerta dopo le messe in suffragio dei defunti. Nel Cilento prende il nome di ciccimmaretàti, preparata a maggio come buon auspicio per il raccolto, mentre nel Materano diventa crapiata, cucinata collettivamente a chiusura dell’anno lavorativo.

Oggi, a Bova, la Purvìa è al centro di un percorso di recupero consapevole. Famiglie e associazioni locali stanno riportando alla luce questa tradizione attraverso eventi, laboratori e momenti di condivisione, coinvolgendo le nuove generazioni e trasformando una ricetta quasi dimenticata in strumento di identità e appartenenza. Un gesto che va oltre la cucina e diventa atto culturale, capace di restituire valore a una storia che rischiava di perdersi.

La Purvìa continua così a raccontare ciò che è sempre stata: un piatto che nutre il corpo, ma soprattutto una memoria che tiene insieme terra, fede e comunità, ricordando che anche dal seme più piccolo può nascere una nuova consapevolezza.