L’Assemblea Straordinaria della Camera Penale di Reggio Calabria, ieri ha rappresentato un momento di confronto e riflessione sulla recente decretazione d’urgenza legata al cosiddetto Pacchetto Sicurezza (D.L. n. 48 dell’11 aprile 2025). A seguito dell’astensione dalle udienze e attività giudiziarie nei giorni 5-7 maggio, promossa dalla Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane e condivisa dalla Camera di Reggio Calabria, l’assemblea ha riunito avvocati, rappresentanti delle istituzioni e membri dell’Accademia per analizzare criticamente le implicazioni di questa normativa.

Il presidente della Camera Penale reggina, l’avvocato Francesco Siclari, ha illustrato le principali criticità sia sotto l’aspetto formale sia nei contenuti, evidenziando come le disposizioni emergenziali possano influire negativamente sui diritti fondamentali e sull’autonomia della difesa. Un’occasione di confronto volta a promuovere una riflessione condivisa sui rischi di una normativa adottata in forma di decreto-legge, senza un adeguato dibattito parlamentare, e la necessità di difendere i ruoli nel garantire una giustizia giusta e garantista. L’evento ha rafforzato l’unità tra professionisti e istituzioni nell’affrontare le sfide poste da un contesto normativo complesso e in evoluzione.

«L’Avvocatura conclude i tre giorni di astensione contro le storture del DL Sicurezza. Leghiamo il termine “storture” a una serie di ragioni, da un punto di vista formale, perché critichiamo e contestiamo l’utilizzo scriteriato del ricorso al decreto legge in un contesto nel quale, già da un anno, era in corso il dibattito parlamentare su quello che poi è stato trasformato direttamente, con un colpo di mano del governo, nel decreto legge Sicurezza».

All’interno di questo decreto ci sono situazioni che, rimarca Siclari ancorché indicate come misure per la sicurezza dei cittadini «non sono affatto in grado di aumentare quella che è una legittima richiesta di sicurezza. Si cerca invece la repressione di situazioni di disagio sociale con pene assolutamente spropositate e sproporzionate, e con l’introduzione di nuovi reati, nuove fattispecie prive di offensività. Faccio riferimento, ad esempio, all’introduzione del nuovo articolo 415-bis del codice penale, ovvero quello della rivolta in carcere, che punisce addirittura manifestazioni di dissenso passivo, cioè prive di alcun requisito di offensività».

Ma non è l’unico aspetto. Anche «l’estensione della punibilità per condotte di resistenza passiva ai centri di trattenimento è assolutamente ingiustificata e viola il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Oltre a ciò, non possiamo dimenticare l’abolizione del differimento obbligatorio della pena per le madri di prole inferiore a un anno e per le donne incinte. Questo determina una situazione paradossale, che porterebbe alla reclusione in carcere in situazioni particolarmente delicate, anche perché la presenza degli ICAM, gli istituti a custodia attenuata per detenute madri, è assolutamente residuale sul territorio italiano. Stiamo parlando di appena quattro strutture in tutta Italia, e quindi le porte del carcere finirebbero per aprirsi anche per queste madri».

Conclude segnalando un’ulteriore irrazionalità, ovvero «l’impossibilità per i cittadini non appartenenti alla comunità europea di accedere alle schede telefoniche. Questo comporterebbe una grave violazione del diritto alla comunicazione. Non parliamo solo di migranti, ma anche di cittadini statunitensi o di altri Paesi: nessuno di loro avrebbe più diritto all’accesso alla comunicazione nel territorio italiano».