Da forte militare abbandonato a baricentro della cultura globale: il riscatto di Forte Siacci accende i riflettori su Calabria e Sicilia e ospita la terza edizione della Biennale dello Stretto. Da oggi fino al prossimo 13 dicembre dibattiti, architettura, arte e design internazionali
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Si alza il sipario sulla terza edizione della Biennale dello Stretto, evento patrocinato dal Ministero della Cultura, Metrocity, Comune di Campo Calabro, Museo Archeologico Nazionale di Reggio, ANCE, Ordine provinciale degli Architetti. Una kermesse ormai storicizzata, entrata nell’immaginario collettivo dell’Area metropolitana dello Stretto di Messina e dedicata alla ricerca e alle contaminazioni tra architettura, antropologia e paesaggio. Un percorso proiettato in una dimensione sempre più internazionale, capace di intrecciare spazio fisico, visioni e nuove traiettorie. In questo contesto, arte e design diventano strumenti d'indagine e linguaggi d'espressione per sollevare interrogativi e delineare soluzioni per le città di domani, chiamate ad affrontare grandi sfide.
E proprio la ricerca di risposte efficaci alle Mutazioni in atto rappresenta il cuore e il tema di questa terza edizione, presentata questa mattina presso il Forte Siacci di Campo Calabro. Una location diventata simbolo per la Biennale dello Stretto, perché fin dall’inizio individuata come spazio di confine e di contatto tra regioni e territori che il mare mette naturalmente in comunicazione. Un luogo che rappresenta il punto di osservazione privilegiata di uno dei grandi patrimoni paesaggistico-naturali del Mediterraneo, sospeso tra Calabria e Sicilia: lo Stretto di Messina.
A raccontarne il senso è l’architetto Alfonso Femia, Presidente della Fondazione Città del Futuro, e direttore scientifico della manifestazione assieme ad Annalisa Metta, ordinaria in Architettura del paesaggio presso l'Università degli Studi di Roma Tre e a Salima Naji, architetta e antropologa marocchina, che ha saputo declinare l’architettura come ecosistema. Una visione olistica che guarda agli edifici non come monadi isolate, ma come elementi di una rete biologica, culturale e sociale strettamente connessa al territorio.
«Si tratta di un percorso iniziato solamente quattro anni fa, ma che è ha visto un rapido sviluppo e un’evoluzione intensa costruita su temi che si sono avvicendati in una logica di prossimità di ricerca. Abbiamo iniziato posando lo sguardo sull’acqua — anticipandone l'importanza quando ancora non le si dava centralità —, per poi interrogarci sulla forma e sul significato delle città del futuro. Oggi affrontiamo un tema figlio del nostro tempo: le mutazioni che non possono essere interpretate come una transizione morbida e indolore, ma che vanno interpretate come salto. Un passaggio senza passaggio. Questo ci conduce a riflettere su come affrontare i grandi cambiamenti che l’uomo si trova davanti e che sono talmente rapidi da trovarci impreparati, soprattutto per ciò che riguarda gli impatti sociali. Per questo la Biennale punta a diventare sempre più un baricentro internazionale. Lo fa unendo sguardi e competenze diverse: con me hanno lavorato le mie due co-direttrici, la professoressa Annalisa Metta da Roma e l’architetta e antropologa marocchina Salima Naji, tra le figure più importanti a livello globale nel leggere il rapporto tra patrimonio, architettura e dimensione antropologica. A loro si affiancano sette curatori, il contributo delle università, del mondo del design e un apporto artistico fondamentale che riempie uno spazio come Forte Siacci, anch’esso in mutazione. Per la prima volta mostriamo un'area restaurata che affianca una parte ancora in attesa di interventi. È la misura del tempo che si manifesta attraverso la Biennale e che deve far riflettere», ha dichiarato Femia.
Un progetto, quello della Biennale, per il territorio e immerso nel territorio: faranno parte del circuito delle iniziative il Museo Archeologico Nazionale e Villa Zerbi a Reggio Calabria, la Fondazione Messina e l’Università dell’altra città dello Stretto, nonché Tropea e Badolato. L’obiettivo è rendere l’Area dello Stretto un punto di riferimento per tutto il comprensorio e, al tempo stesso, trasformarlo in un luogo-piattaforma di confronto internazionale in un momento storico delicato che impatta sul rapporto tra città e comunità. Fino al 22 settembre Forte Siacci si trasformerà nel palcoscenico di focus tematici dedicati all’approfondimento di questa grande tematica: dai paesaggi fisici e mentali che mutano, alle mutazioni della materia, climatiche e delle condizioni di vita del futuro per delineare nuovi equilibri e nuove relazioni tra uomo, territorio e ambiente.
E a sottolineare la ritrovata relazione tra Forte Siacci e la sua comunità è stato Rocco Repaci, sindaco di Campo Calabro e Consigliere Metropolitano: «Sono fiero di inaugurare assieme alla direzione scientifica questa terza edizione in uno spazio come Forte Siacci in cui il Comune di Campo Calabro ha sempre creduto e nel cui mutamento ha saputo investire, nel tentativo, oggi riuscito, di restituirlo alla comunità, alla cultura e alla ricerca scientifica dell'area dello Stretto e dell'intero Mezzogiorno. Dopo la riqualificazione di gran parte dei suoi spazi — dalle sale espositive alle aule didattiche, fino alla maestosa corte interna —, il Forte riacquista appieno la propria vocazione di polo culturale. Un obiettivo ambizioso, stabilito già nel 2019 all'interno del nostro programma di valorizzazione, quando abbiamo acquisito una struttura storicamente dimenticata e versante in uno stato di completo degrado. Saranno quattro giorni di dibattiti intensi, seguiti da una fase espositiva che proseguirà fino al 18 dicembre. Riteniamo di aver vinto una sfida importante, ma il nostro impegno al servizio del territorio e della cultura continua».

