Dallo smarrimento contro l’Acireale alla prova di forza contro l’Igea: Torrisi ritrova ferocia e identità, ma resta l’interrogativo sulla vera natura della squadra mentre la tifoseria si divide tra speranza e contestazione
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La Reggina ieri contro la Nuova Igea Virtus ha risposto da grande squadra. Nel momento più delicato della stagione, quando il contraccolpo dello scivolone contro l’Acireale rischiava di lasciare strascichi pesanti, gli amaranto hanno scelto la via più difficile ma anche l’unica possibile: vincere, convincere, reagire.
A Barcellona è andata in scena una prova di maturità, forse una delle più complete dell’anno. La squadra di Torrisi ha ritrovato identità e certezze, a partire da quel ritorno alla difesa a quattro che ha restituito equilibrio e solidità. Ma più di ogni schema, a colpire è stato l’atteggiamento: aggressività, pressione alta, intensità costante e, finalmente, concretezza sotto porta. Ingredienti che erano mancati appena tre giorni prima e che invece si sono visti tutti, senza risparmio.
Il successo ottenuto su un campo difficile, dove l’Igea aveva lasciato punti con il contagocce, pesa molto più dei tre punti in classifica. È un segnale, forte e chiaro, che la Reggina c’è ancora. Che non ha intenzione di mollare proprio adesso. E, inevitabilmente, cresce anche il rammarico per quanto accaduto sabato scorso: con questa versione, certi passi falsi fanno ancora più rumore.
Ed è proprio qui che si inserisce la nota più scomoda, ma anche più necessaria. Perché tra la squadra vista sabato contro l’Acireale e quella vista ieri sembra esserci un abisso. Da una parte un gruppo smarrito, privo di identità, senza ferocia né aggressività, incapace di reagire e persino di riconoscersi. Dall’altra una squadra compatta, feroce, organizzata, padrona del campo e delle proprie emozioni. Due facce opposte, quasi inconciliabili.
E allora la domanda diventa inevitabile: qual è la vera Reggina? Quella fragile, che si spegne alla prima difficoltà, o quella dominante, capace di imporre ritmo e carattere anche in trasferta e negli scontri diretti? È un interrogativo che pesa, perché a questo punto della stagione non può più esistere spazio per simili sbalzi.
In questo clima di incertezza si inserisce anche una tifoseria sempre più spaccata. Da una parte c’è chi continua a crederci, aggrappandosi a prestazioni come quella di Barcellona e alla possibilità concreta di riaprire il campionato. Dall’altra cresce il malumore di chi guarda oltre il campo e chiede a gran voce un cambio ai vertici: la richiesta è chiara, che Ballarino faccia un passo indietro e ceda la società. In mezzo, però, resta un punto condiviso: indipendentemente da tutto, questa squadra ha il dovere di provarci fino alla fine, di vincere il campionato e poi, eventualmente, aprire un nuovo capitolo lontano da Reggio.
È una tensione che si respira, che accompagna ogni partita e che inevitabilmente finisce per pesare anche sul campo. Perché quando l’ambiente è diviso, ogni risultato amplifica umori opposti: entusiasmi da una parte, scetticismo dall’altra.
Torrisi, nel post gara, ha parlato di «ferocia ritrovata». Una parola non casuale, che racconta bene la trasformazione vista in campo. La gestione delle energie, con sei cambi rispetto all’ultima uscita, si è rivelata decisiva: squadra fresca, lucida, sempre dentro la partita anche dopo il vantaggio, senza quei cali di tensione che in altre occasioni erano costati caro.
Adesso però arriva il momento della verità. Perché il campionato non concede pause e mette subito davanti un altro snodo cruciale: la sfida contro l’Athletic Palermo. Una partita che può dire molto, forse tutto, sulle reali ambizioni amaranto. Qualche mese fa il divario sembrava incolmabile, oggi invece si intravede uno spiraglio. Ma per trasformarlo in qualcosa di concreto servirà continuità, la qualità più difficile da trovare in questo finale di stagione.
La Reggina ha dimostrato di poter essere dominante, di saper imporre il proprio gioco anche in contesti complicati. Ora deve dimostrare di saperlo fare ancora, senza tornare indietro. Perché se è vero che una vittoria può riaccendere l’entusiasmo, è la continuità che costruisce i sogni. E Palermo, domenica, dirà se quello di Barcellona è stato solo un grande segnale… o l’inizio di qualcosa di più.

