Fa ancora discutere la "nuova" presa di posizione della società amaranto che chiede ancora ai tifosi di andare "avanti insieme". Ma alla rivoluzione promessa non sono mai seguiti i fatti
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La sensazione più pericolosa, nel calcio come nella vita, è l’abitudine all’errore. Non l’errore in sé, che è parte naturale di ogni percorso, ma la sua ripetizione continua, quasi rituale, fino a diventare prevedibile. È questa l’ombra che oggi accompagna la Reggina: non tanto la crisi, quanto il modo in cui si ripresenta, sempre uguale a sé stessa.
Negli ultimi tre anni, la gestione di Ballarino ha attraversato momenti complicati, come accade in ogni progetto sportivo. Ciò che colpisce, però, non è la presenza delle difficoltà, ma il modo in cui vengono affrontate. Il copione è ormai chiaro: una prestazione deludente, la reazione a caldo del patron, parole dure rivolte alla squadra, quindi un vertice interno tra società, staff e calciatori. E poi? Poi tutto si interrompe a metà. Nessuna decisione immediata, nessuna rottura netta. Solo un invito a compattarsi e il rinvio di ogni valutazione a fine stagione. Un equilibrio fragile, che rischia di trasformarsi in immobilismo.
La cronologia recente racconta bene questa dinamica. Il 12 ottobre, dopo la gara contro il Messina, Ballarino si presenta in conferenza stampa con toni durissimi, affiancato dai direttori. Non è un semplice sfogo, ma una presa di posizione forte contro l’intero gruppo: una squadra costruita per vincere e ritrovatasi in una posizione di classifica definita «ridicola», il richiamo alle responsabilità individuali, fino alla provocazione sulla possibilità di rescissioni in caso di ulteriori fallimenti. Un passaggio che sembrava segnare un punto di svolta.
E infatti, pochi giorni dopo, qualcosa accade davvero. Il 20 ottobre viene esonerato mister Trocini, primo vero segnale concreto dopo le parole. Il giorno seguente la panchina viene affidata ad Alfio Torrisi, scelto per dare ordine, identità e solidità a una squadra smarrita. In quel momento, la sensazione è quella di una svolta reale, coerente con la linea dura annunciata.
Col passare delle settimane, però, quell’impressione si attenua. I risultati restano altalenanti, le aspettative non vengono rispettate e la stagione torna a scivolare dentro una spirale già vista.
L’ultimo episodio arriva con la pesante sconfitta interna contro l’Acireale, che ridimensiona ulteriormente le ambizioni amaranto. Nel post-partita, Ballarino usa parole fortissime: parla di vergogna, mette in discussione il carattere della squadra, evoca decisioni drastiche. Annuncia 24 ore di riflessione e l’idea di ridurre il gruppo a «18 uomini», sottolineando la necessità di affidarsi prima agli uomini che ai giocatori.
Ancora una volta, tutto lascia pensare a un cambio netto. E invece, trascorse più di 24 ore, la risposta della società è un copione già noto: comunicato ufficiale, assunzione di responsabilità, promessa di un confronto interno profondo. Il vertice coinvolge tutte le componenti, si parla di ogni opzione possibile. Ma alla fine non arriva alcuna decisione immediata. Si sceglie la continuità, l’unità, l’ «andiamo avanti insieme» fino a fine stagione.
Una linea che può essere letta come ricerca di stabilità, ma che rischia di alimentare la sensazione di un continuo rinvio. Perché il problema non è solo cosa si decide, ma quando lo si decide. Rimandare sempre significa, inevitabilmente, togliere forza anche alle parole più dure.
Intanto, il rapporto con la città si fa sempre più delicato. Reggio Calabria ha continuato a sostenere la squadra con passione: il Granillo presente, trasferte seguite, un attaccamento che non è mai venuto meno nonostante tre stagioni difficili in serie D. Ma anche il legame più forte, se sottoposto a continue delusioni, finisce per consumarsi.
Per questo, l’ennesimo invito a «stringersi attorno alla squadra» rischia oggi di arrivare fuori tempo. Non perché manchi l’amore, ma perché la fiducia si nutre di risultati. E quando questi non arrivano, anche le richieste più legittime perdono forza.
Sul piano tecnico, il silenzio di Torrisi alla vigilia del prossimo impegno appare quasi inevitabile. Il momento è delicato, il clima teso, e parlare potrebbe aggiungere solo ulteriore rumore. Molto più significative saranno le scelte: convocazioni, formazione, eventuali esclusioni. È lì che si capirà davvero la direzione intrapresa.
Il calendario, intanto, non concede pause. Le trasferte contro Nuova Igea Virtus e Athletic Palermo rappresentano molto più di due semplici partite: sono snodi decisivi. Da una parte, una possibilità sempre più sottile di riaprire i giochi; dall’altra, il rischio concreto di vedere la stagione scivolare via senza obiettivi.
In questo contesto, però, è giusto allargare lo sguardo. Perché se è vero che le responsabilità gestionali e societarie sono evidenti, è altrettanto vero che una parte decisiva del peso ricade sui calciatori. Sono loro che scendono in campo, che trasformano le indicazioni in prestazioni, che danno – o non danno – risposte nei momenti chiave. L’atteggiamento, il carattere, la capacità di reagire alle difficoltà non si costruiscono nei comunicati, ma nei novanta minuti. Ed è lì che, troppo spesso, questa squadra è mancata.
A questo punto, servono risposte vere. Non dichiarazioni, non promesse, ma prestazioni. Perché è il campo, alla fine, l’unico giudice credibile. La domanda resta una, inevitabile: la Reggina riuscirà a spezzare questo ciclo che si ripete? O continuerà a muoversi tra sfoghi, confronti e rinvii?
Se esiste ancora una possibilità di cambiare rotta, passa dal presente. Perché continuare a rimandare significa, in fondo, accettare che nulla cambi davvero. E per una piazza come Reggio, questa è forse la sconfitta più difficile da accettare.

