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Il 3 settembre 1943 in Sicilia a Cassibile fu firmato l’armistizio, atto della seconda guerra mondiale reso pubblico l’8 settembre successivo che prevedeva la resa incondizionata del Regno d’Italia agli Alleati. L’annuncio dell’Armistizio ebbe per conseguenza l’invasione dei territori italiani da parte delle forze armate tedesche e l’inizio della Resistenza e della guerra di liberazione italiana dal nazifascismo. Una Resistenza che, in ragione delle politiche espansionistiche del regime fu combattuta non sono in Italia, e non sono da italiane e italiani, anche oltre i confini nazionali. Fu combattuta anche in Albania, da soldati italiani accanto alle brigate partigiane composte da donne e uomini albanesi.
Re Vittorio Emanuele III era fuggito subito dopo il proclama dell’Armistizio, lasciando il Paese in balia delle truppe di occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana guidata da Mussolini. Destituito dal ruolo di Duce, il 25 luglio di quell’anno, l’avrebbe fondata il 23 settembre successivo.
La chiamata alle armi nel 1943

Proprio in questo frangente si colloca la chiamata alle armi anche per Sebastiano Musolino, classe 1923, distretto militare di Reggio Calabria, inviato in Albania, a Durazzo, con la destinazione del Quarantanovesimo reggimento di fanteria. In piena zona di guerra. A raccontare la sua storia fu lui stesso, a distanza di anni dal rientro in Italia e dal suo successivo trasferimento in Francia, durante il tempo trascorso con il nipote Francesco che andava a trovarlo. A tramandarla è stato proprio il nipote che di quelle narrazioni orali si è nutrito, scrivendo poi il romanzo “La Strategia del cervo” (Città del Sole edizioni 2023). Il volume è stato recentemente presentato presso lo spazio Open su iniziativa della sezione Nilde Iotti dell’Anpi di Reggio Calabria.
Le parole per riannodare la storia e legare generazioni
La parola scritta per Francesco Idotta, scrittore e docente di Storia, è arrivata prima che lui riuscisse a trovare le parole scritte del nonno su alcuni diari, a lungo cercati ma riapparsi solo anni dopo. Quei diari sono traccia preziosa, come la voce che ha guidato Francesco in quell’urgenza di scrivere e di trasmettere, di una storia ancora oggi troppo poco conosciuta. A questa storia dedichiamo, in occasione dell’odierno Ottantesimo anniversario della Liberazione (1945-2025), il nostro format A tu per tu che sarà pubblicato alle 18. Ospite, negli studi del Reggino.it, Francesco Idotta.
Luce su una Resistenza rimasta in ombra
«Mio nonno aveva 20 anni quando, nel 1943, fu mandato in Albania. Il momento era particolarmente drammatico. All’indomani dell’Armistizio di Cassibile i militari italiani furono posti davanti a un bivio: arrendersi e consegnare le armi e la libertà oppure continuare a combattere per riconquistarla. Si unì a una brigata partigiana. La libertà dal Fascismo fu difesa anche oltre l’Adriatico. Queste storie di Resistenza – sottolinea Francesco Idotta – sono davvero molto poco note e studiate. Lo dico anche da docente di storia. I nostri libri di testo sulla vicenda sono molto scarni e dedicano pochissime righe a questo a questa fase invece così drammatica della nostra storia. Io ho avuto la fortuna di ascoltare dalla voce viva di mio nonno il racconto di questi fatti», evidenzia ancora Francesco Idotta che ha voluto condividere il dono di questa testimonianza diretta attraverso un romanzo.
La potenza rigeneratrice della parola

Un romanzo che è di guerra ma è anche d’amore. Quello tra il nonno e Marena e quello tra il nipote e Linda. Entrambi segnati da un profondo e doloroso senso di perdita, nonno Sebastiano e il nipote Francesco restano saldati in questi racconti orali divenuti scrittura, in questo afflato che è passione per la parola soprattutto quella poetica, sublimatasi nell’esperienza a Valchiusa, il piccolo paese di Provenza divenuto luogo elettivo di Francesco Petrarca, dove davvero esistono la “Chiare, fresche e dolci acque”.
La lotta partigiana e l’amore
Un romanzo di guerra ma anche d’amore che ha pure il merito di mettere in luce il ruolo decisivo delle donne nella Resistenza.

«Mentre attraversavano i villaggi che via via riuscivano a liberare, Sebastiano ebbe modo di constatare quanto fossero generosi gli albanesi: dopo lo sbandamento dell’otto settembre, molti soldati italiani erano morti per gli stenti e la fame, altri erano finiti nelle fabbriche d’armi o nei campi di concentramento in Germania e Polonia. Ma non tutti sanno – diceva Sebastiano – che più di tremila fecero la mia stessa scelta: cominciarono la guerra di resistenza in Albania contro il fascismo, dando vita al Battaglione Gramsci, il quale per un anno e mezzo affrontò i fascisti italiani ei nazisti insieme ai partigiani albanesi, partecipando, nel novembre del 1944, persino alla liberazione di Tirana (…)decise di schierarsi dalla parte di Marena. Gli Albanesi finirono per considerare Sebastiano un fratello, nonostante l’odio verso l’Italia. In molti si unirono ai rossi per combattere i neri e i grigi», così scrive Francesco Idotta ne La strategia del cervo.
Le donne nella Resistenza
«Il contributo delle donne durante il secondo conflitto mondiale fu determinante dal punto di vista sociale e politico ma soprattutto dal punto di vista militare. La protagonista di questo romanzo è realmente esistita. Era una donna a capo di un di una brigata partigiana al seguito di Enver Hoxa che diede un forte impulso alla liberazione della parte sud dell’Albania. Marena è un nome fittizio. Non ho voluto utilizzare il nome vero nel romanzo proprio per rispettarne la memoria. È una figura di grande rilievo che dimostra come questa parte dell’universo umano è stata troppo spesso dimenticata. In Italia, un esempio è quello della partigiana Carla Capponi. Grandi protagoniste della storia della Resistenza partigiana, sia in Italia che all’estero, e che hanno avuto un ruolo veramente imprescindibile per la conquista della libertà», mette ancora in luce Francesco Idotta.
Calabria, Albania, Italia, Francia: l’ardore e il disincanto
Tra il mare di Catona, la brezza dello Stretto, i campi di battaglia dell’Albania e il sole caldo sulle colline ricoperte di eriche molto simili quelle calabresi ritrovate in Francia, si snodò la vita di Sebastiano che tornato in Italia non trovò quello che si aspettava.
«In Albania, a quella Resistenza al regime fascista, purtroppo seguì un altro regime di tipo stalinista. In Italia fu il tempo della Liberazione, della Costituzione e della Repubblica ma arrivò comunque un forte disincanto che spinse nonno Sebastiano a emigrare in Francia, che divenne suo luogo di adozione. Sebastiano acquisì anche la cittadinanza di questo paese che, contrariamente all’Italia, riconobbe la sua resistenza in Albania. Venne decorato per la sua attività di combattente partigiano in Albania. In Italia, silenzio. Nonno Sebastiano aveva la sua spiegazione. L‘Italia non aveva avuto la sua Norimberga. Nessuno dei gerarchi fascisti pagò mai per le atrocità commesse o alle quali contribuì. Una dimenticanza, una rimozione storica di quei vent’anni terribili che noi abbiamo vissuto. Io ho potuto ascoltare da mio nonno questa storia che lui non aveva dimenticato e che altri hanno rimosso. Ho sentito l’urgenza di documentare e di raccontare. Di lasciare traccia».
Il 25 aprile 1945
Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) con sede a Milano, proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive di imporre la resa ai presìdi fascisti e tedeschi. Fu dunque la Resistenza, con il supporto degli Alleati, dopo oltre un anno e mezzo di durissima opposizione e lotta, a liberare l’Italia dalla Dittatura e dall’Occupazione e dal Nazifascismo per consegnarla al suo futuro Repubblicano e alla Costituzione. Un futuro di pace, oggi minacciato, iniziava, seppure con delle ombre.
Anche i partigiani del Sud nella Resistenza combattuta al Nord
Furono tante le storie scritte da partigiani originari delle terre di Calabria, combattendo contro i nazifascisti.
Nomi e storie che devono essere patrimonio imprescindibile della grande Storia che custodiva in sé i semi del futuro e il senso di un’identità nazionale comune e forte. Alcuni sopravvissero alle rappresaglie, alle deportazioni nei campi di concentramento, alle incarcerazioni e alle torture e contribuirono poi alla costruzione di una Democrazia che resta da difendere ogni giorno, altri non ce la fecero e persero la vita combattendo nelle file della Resistenza in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e nella Capitale.

