Quella dopo il ciclone Harry è una battaglia che va combattuta unitamente, coinvolgendo tutti gli attori del territorio interessì Uno di questi è sicuramente Francesco Foti, presidente dell'Ordine degli Ingegneri di Reggio Calabria.

Con lui basta un gesto, quasi istintivo: guardarsi attorno nello studio e allargare l’orizzonte. «Tutto quello che la circonda anche in questo studio è ingegneria». Non è un modo per mettere una bandierina su ogni cosa, è un invito a leggere la realtà con uno sguardo più ampio.

Il Ciclone Harry, in Calabria ionica e nell’area grecanica, ha lasciato ferite evidenti. E però, dentro quelle ferite, ha reso impossibile continuare a far finta che la fragilità sia un’eccezione.

Quando si parla di ciò che è successo, Foti non accetta la scorciatoia dell’errore singolo, della colpa puntuale, della toppa rapida. «Parlare di errori del passato secondo me è riduttivo… il problema del passato è l’evoluzione storica che sono stati gli interventi sul territorio». Interventi «a spot», dice, in porzioni ristrette, senza considerare cosa provoca un’opera sull’insieme.

Ed è qui che il discorso diventa, inevitabilmente, più serio: perché la Calabria, ricorda, vive su una linea di rischio permanente. «La Calabria è uno dei territori più esposti dal punto di vista idrogeologico… più esposti dal punto di vista sismico». Due piani che si intrecciano, due paure che convivono, due urgenze che chiedono la stessa cosa: pianificazione.

E la pianificazione, nella sua lettura, è il primo grande vuoto. Non è una parola astratta, è una scelta pratica: «Andare a pianificare il territorio significa anche andare a capire… scegliere su dove si può edificare e su dove non si può edificare». Scelte che portano inevitabilmente attrito, perché «non sono sempre scelte popolari». Dentro quella frase c’è un pezzo di verità che pesa: la tutela, spesso, chiede coraggio prima di chiedere consenso. «Vanno fatte anche a tutela dei cittadini», insiste, dando al tema un perimetro netto: sicurezza, prima di tutto.

Poi c’è la manutenzione, quella che nessuno vede finché non manca. Foti richiama un’immagine concreta: le fiumare. «Mi vengono in mente le fiumare che devono essere manutenute affinché svolgano il loro ruolo naturale». Se non lo fai, avverte, oggi ti travolge una mareggiata eccezionale, domani ti trovi davanti «l’innesco di frane» o «l’esondazione di una fiumara a seguito di forti piogge». Il punto, qui, è che l’emergenza non è un lampo isolato: è un richiamo continuo che cambia forma.

E in mezzo a tutto questo c’è un tema che spesso resta sullo sfondo, fino a quando diventa drammaticamente visibile: la cultura del rischio. Foti la chiama «una grave carenza» e la lega a una responsabilità diffusa, quotidiana. «La diffusione di una cultura del rischio… consente di governare meglio il territorio».

Vuol dire riconoscere i segnali, capire le decisioni, sapere come reagire. Vuol dire, in parole semplici, non aspettare che qualcuno ti prenda per mano quando il pericolo è già davanti alla porta.

Quando gli si chiede dei piani di protezione civile, la risposta evita l’alibi comodo del “non esistono”: «Credo che quasi tutti i comuni ce l’abbiano». La domanda vera è un’altra: «Quanto di quel piano di protezione civile è trasferita alla popolazione».

In questo passaggio si inserisce anche un riconoscimento, doveroso, verso chi ha retto l’urto nei giorni più duri. «Abbiamo avuto comuni che hanno agito in maniera assolutamente adeguata… e alla protezione civile regionale va fatto un grosso applauso per il lavoro fatto». Il problema, aggiunge, è che spesso si agisce «nell’immediatezza», sotto pressione, mentre la preparazione dovrebbe essere un percorso continuo. E proprio per questo Harry può diventare un punto di svolta: «Potrebbe essere questa un’occasione… può essere che sia il momento buono affinché si cominci questo percorso».

Il passaggio più delicato riguarda la costa. Case lambite dalle onde, fondamenta scoperte, lungomari che sembrano provvisori davanti a un mare sempre più aggressivo. Foti non parla per suggestioni: «Va ripensato tutto quello che si realizza sulla costa… vanno pensati i sistemi di difesa delle coste». Non è soltanto edilizia, è protezione, è progettazione, è una strategia che tenga insieme opere, erosione, dinamiche marine.

E qui arriva una frase che suona come un avvertimento e insieme come una possibilità: «Io mi auguro che sia il momento giusto… di dare un cambiamento di rotta a quello che è successo fino ad oggi». Subito dopo, però, l’onestà di chi conosce i cicli della memoria: «Queste riflessioni generalmente si fanno sempre dopo ogni disastro, per poi dimenticarlo velocemente».

Dentro questo scenario, l’Ordine non si mette in cattedra e non chiede “chiamateci dopo”. Foti racconta una disponibilità messa nero su bianco: una lettera ai comuni, competenze professionali e scientifiche offerte per aprire un lavoro serio. E lega questa possibilità a un patrimonio che Reggio possiede e spesso sottoutilizza: l’Università, il Dipartimento, i gruppi di ricerca che studiano i fenomeni costieri. «Abbiamo gli strumenti per fare quello che diceva lei». L’Ordine, precisa, ha un ruolo di indirizzo: «Non è quella di realizzare le progettazioni… la funzione dell’ordine è quella di dare indirizzi, fare ragionamenti».

E poi c’è la zavorra più pesante: gli strumenti urbanistici vecchi. Foti entra nei numeri e li trasforma in immagine: «I piani strutturali comunali approvati in Provincia di Reggio… sono 13». Per il resto, la Calabria continua a specchiarsi in fotografie datate: «Piani regolatori… fatti negli anni 80… molti sono degli anni 70». Nel frattempo il territorio è cambiato, la costa è cambiata, i quartieri sono nati, le esigenze sono esplose. E l’aggiornamento, avverte, riguarda anche la velocità dei processi, la capacità di tenere il passo con la realtà, senza lasciare che la realtà diventi una trappola.

Questa è la sostanza del suo messaggio: smettere di inseguire gli eventi, iniziare a governarli. Pianificare, manutenere, formare. Mettere insieme politica, competenze, scienza. Non per produrre parole nuove, per produrre scelte. Perché, alla fine, il punto non sta nel ricordare Harry come una parentesi nera. Sta nel decidere se quella notte ha insegnato qualcosa che valga anche quando il mare torna calmo.